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Poetry Therapy Italia

02 Focus Buonaguidi

 

Nata agli albori del mondo, ma diffusasi solo recentemente, la poetry therapy rappresenta uno strumento efficace per il raggiungimento del benessere individuale e di gruppo. Numerosi sono coloro che si identificano come terapisti della poetry therapy: psichiatri, psicologi, counselor e operatori della salute implicati nel sociale; è quindi necessaria una scuola di pensiero che permetta di formare i professionisti del futuro, proteggendo i clienti/pazienti da chi si improvvisa terapista della poesia senza quelle esperienze e competenze che da oggi questa rivista promette di diffondere anche in Italia.

 

Il legame tra la poesia e la psicologia è sostenuto dalla notte dei tempi da poeti, filosofi e mistici. Oggi tale rapporto è evidenziato da un panorama di proposte amplissimo, che va dagli studi scientifici che ricalcano il riduzionismo determinista, a improvvisazioni sull’origine metapsichica del linguaggio poetico prossime alla parapsicologia. In mezzo a questi due estremi ricade un mare magnum di contributi, che vedono oggi la poetry therapy come la più autorevole depositaria della visione della poesia come strumento terapeutico per la cura della persona.

La poetry therapy si basa sulla premessa che la scrittura poetica abbia proprietà curative (Campbell, 2007). I fautori della disciplina sostengono, infatti, che la scrittura di poesia e l’interazione basata sulla risposta alle poesie di altri autori consenta alle persone di esprimere emozioni, convalidare sentimenti, definire idee, contestualizzare esperienze, vagliare ipotesi, imparare indirettamente in contatto con gli altri, e diventare più consapevoli delle scelte personali (Hynes & Hynes-Berry, 1994).

La poetry therapy nasce e si sviluppa ufficialmente solo nel XX secolo, ma la sua storia affonda nell’Egitto del 4000 a.C., quando medici e sacerdoti non solo raccomandano la lettura dei canti poetici per guarire gli invasati, ma per un effetto più rapido imbevono i papiri con una soluzione che permetta di ingerirli (Rojcewicz, 1999). Quattromila anni dopo, nel I secolo d.C., ad Efeso, Alessandria e Roma il medico Sorano tratta i disturbi mentali facendo recitare versi poetici ai suoi pazienti: tragedie per i pazienti maniacali, commedie per i depressi (Spencer, 2009). Dopo neanche duemila anni, nel 1981, negli Stati Uniti nasce la NAPT, National Association of Poetry Therapy, che si assume la difficile responsabilità di compiere una ricognizione teorica e metodologica, lunga seimila anni, per proporre di nuovo la poesia come pratica di cura, stavolta in tutto il mondo come ne è prova la rivista che ospita questo mio articolo.

Oggi la poetry therapy è utilizzata in una grande varietà di contesti, individualmente e in un gruppo ed è spesso assimilata alla biblioterapia (Berry, 1994), nella quale, con fini e tecniche similari, si utilizzano anche testi non poetici; in tal senso la stessa NAPT (http://www.poetrytherapy.org) chiarisce come “la poetry therapy sia una forma specifica ed efficace di biblioterapia, unica nel suo uso della metafora, dell’immaginazione, del ritmo, e di altre figure poetiche”, “usata per la cura e lo sviluppo personale” (Hynes & Hynes-Berry, 1992). Mentre numerosi tipi di terapia sono poetici nella loro intima natura, la poetry therapy è infatti uno strumento separato da questi (Rothenberg, 1987), che permette a chi ne fa utilizzo di esprimere le emozioni in un nuovo formato, soggettivamente e socialmente accettabile (Greenwald, 1985), con maggiori possibilità di insight di quelle presenti nel dialogo convenzionale (Berger, 1985) e della narrativa in prosa (Gardner, 1993; Szajnberg, 1992).

La poetry therapy, come definita da Arthur Lerner (1991) uno dei suoi più fecondi promulgatori, rappresenta l’utilizzo terapeutico della poesia con singoli individui, coppie e gruppi, e può prefigurarsi come processo primario di una terapia, o più frequentemente come terapia accessoria, all’interno di approcci multimodali. In tutti questi casi, il razionale del suo utilizzo risiede nella capacità del conduttore o facilitatore del processo terapeutico di usare la poesia per permettere alla persona di identificare dei fatti ed esprimere il sentimento che si associa ad essi, favorire la trasformazione della percezione e dell’emozione connessa a questi contenuti attraverso l’arte poetica e indagare gli aspetti creativi della propria psiche (Lerner, 1997).

Principi per l’applicazione della poesia in un contesto terapeutico

La poetry therapy è uno strumento clinico che utilizza la scrittura poetica al fine di facilitare la consapevolezza psicologica, la creatività, e il significato personale di sé (Silverman, 1986), in cui “il terapeuta usa la poesia per migliorare la relazione terapeutica, con l’esplorazione delle proprie esperienze e della percezione del disagio, per invocare il cambiamento cognitivo ed emotivo, e rivoluzionare la vita intrapersonale e interpersonale del paziente” (Silverman, in Shafi, 2010, p. 2). Uno dei maggiori anticipatori di questo approccio, Jack Leedy (1969), ha identificato nove principi per l’applicazione della poesia in un contesto terapeutico:

  1. Resistenza al cambiamento come target primario dell’intervento terapeutico
  2. Educare i pazienti al peculiare lavoro terapeutico
  3. Creare un clima emozionale appropriato e contenere emozioni disturbanti
  4. Gruppo il più possibile omogeno e coeso
  5. Enfatizzazione del “qui ed ora”
  6. Mantenere il gruppo in uno stato di “flusso”
  7. Responsabilità personale come obiettivo terapeutico primario
  8. Gruppo come incremento alla motivazione attraverso l’esperienza di insight che rende possibile
  9. Il combinare psicoterapia individuale e di gruppo come valore

 

Reiter nel 2000 ne ha aggiunto uno fondamentale, ovvero che “l’uso della poesia e delle figure retoriche non deve ostacolare la cura”, che ci aiuta a introdurre un’altra importante distinzione: la poetry therapy non è un corso né tantomeno un concorso di scrittura poetica, il focus è sul benessere del paziente/cliente e non sulla qualità della poesia (Olson-McBride, 2009). Reiter ha delineato anche una lista di obiettivi specifici che l’utilizzo della poesia in psicologia deve porsi ogni volta che viene messo in atto (p. 46-47):

  1. Migliorare la capacità di rispondere a immagini e concetti vividi, e ai sentimenti elicitati da essi.
  2. Promuovere la comprensione e l’accuratezza della percezione del sé.
  3. Incrementare la consapevolezza delle relazioni interpersonali.
  4. Accrescere l’orientamento all’interno della realtà.
  5. Sviluppare la creatività, l’espressione del sé e l’autostima.
  6. Incoraggiare il pensiero positivo e il problem solving creativo.
  7. Rafforzare la comunicazione, nella sua fase produttiva e ricettiva.
  8. Integrare i differenti aspetti del sé per rafforzare l’integrità psicologica.
  9. Esprimere emozioni incontenibili e rilasciare la tensione.
  10. Trovare un nuovo significato attraverso nuove idee, intuizioni e informazioni.
  11. Fare esperienza della qualità catartica e nutritiva della bellezza.

C’è un complessivo accordo sui capisaldi della disciplina malgrado la molteplicità di correnti e modelli diversi all’interno dell’approccio. Sintetizzando, il minimo comune denominatore di queste tecniche, il terapeuta della poesia deve perseguire finalità terapeutiche e rilanciare il benessere individuale e di gruppo attraverso “l’integrazione dell’aspetto emozionale, cognitivo e sociale del sè” (NAPT, 1995, p. 1) con tecniche che prevedano la scrittura, la lettura e la ridiscussione di poesie.

Coloro che si identificano come terapisti della poetry therapy sono psichiatri, psicologi, counselor e professionisti della salute implicati nel sociale. Per far fronte a tale varietà di professionisti è chiaro che non possa essere sufficiente un approccio monolitico, ma flessibile alle caratteristiche di chi lo mette in uso e del suo background culturale.

Il contributo di Nicholas Mazza

Quella che segue è la classificazione stilata da Nicholas Mazza, il teorico di riferimento nella recente ripartenza della poetry therapy, che riprende in parte quella stilata da Schloss (1976). Schloss aveva infatti individuato tre approcci all’uso della poesia in psicologia, che nella sua interpretazione è identificato dal termine “psicopoesia” e non poetry therapy e che corrisponde ai primi tre modelli della classificazione di Mazza.

Secondo Mazza (2003), la poetry therapy vanta non meno di cinque riconosciuti modelli teorici e pratici:

  1. Il modello prescrittivo di Leedy (1969), a carattere medico, che si serve dell’“isoprincipio” laddove la condivisione della poesia si basi sull’umore del soggetto per suscitare ispirazione e riflessioni sul significato di ciò egli si sta provando.
  2. Il modello interpersonale di Lerner (1976; 1978) che prevede l’espressione di emozioni e sentimenti tesi verso lo sviluppo di consapevolezza interiore e ottenuti per mezzo della poesia, direttamente o indirettamente (attraverso risposte evocate dalla poesia)
  3. Il modello di psicopoesia di Schloss (1976), che è basato sul corpus teorico e pratico dello psicodramma di Moreno ed esposto dall’Istituto di Socioterapia di New York, si origina in un setting di gruppo per evocare reazioni spontanee attraverso la poesia.
  4. Il modello intereattivo di biblioterapia di Hynes & Hynes-Berry (1986), che si focalizza sull’interazione triadica tra partecipante-libro-facilitatore e usa manuali di scrittura creativa per permettere una buona risoluzione della dinamica che si instaura tra il paziente/cliente e la letteratura proposta.
  5. Il modello dei gruppi di poetry therapy di Mazza (1981), utilizzato per iniziare sessioni di gruppo, che utilizza poesie finalizzate alla collaborazione e al sostegno empatico alla fine di ogni sessione, e che racchiude elementi dei precedenti modelli nell’alveo di possibilità metodologiche cui fa riferimento.

I modelli presentati, come evidenzia Lerner (1997), hanno fattori comuni e specifici, ma la scelta delle modalità e delle tecniche adottate per promuovere la scrittura poetica durante una seduta terapeutica, non dovrebbe essere vincolata dall’impostazione teorica e metodologica del terapeuta, ma dall’esame delle caratteristiche dell’individuo o del gruppo a cui si offre questo intervento, in un adempimento flessibile e competente delle varie tecniche e impostazioni metodologiche.

Oltre questi modelli, la distinzione più focale che si può evidenziare nell’utilizzo della poesia in psicologia sono le metodologie al trattamento. Mazza (2003) infatti descrive come elementi di poetry therapy vengano utilizzati attraverso differenti metodologie in una grande varietà di condizioni ausiliarie e supportive alla dimensione più propriamente psicologica del trattamento. La sua proposta metodologica fa riferimento a tre componenti essenziali che la compongono, provenienti da approcci che procedevano separatamente fino all’integrazione da lui proposta.

  1. Il metodo ricettivo/prescrittivo, che prevede l’introduzione della letteratura all’interno della terapia, con la lettura di un testo poetico per sollecitare una reazione. Nella variabile ricettiva la poesia proposta dal terapeutica ha una conclusione aperta e non unidirezionale. Nella variabile prescrittiva vige invece l’isoprincipio.
  2. Il metodo espressivo/creativo, che prevede la scrittura dei clienti all’interno della terapia, suddiviso in tre modalità di scrittura: la scrittura creativa (che include poesie e racconti), la scrittura di diari e giornali, la scrittura di lettere.
  3. Il metodo simbolico/cerimoniale, che prevede l’uso della metafora, di rituali, e del raccontare storie come strumenti per il progredire del processo terapeutico.

Secondo Mazza “tutte e tre le componenti hanno il potenziale di orientare i domini cognitivi, affettivi, e comportamentali dell’esperienza umana” (p. 17), ed è anche attraverso questa proposta flessibile, comprensiva e integrata che la poetry therapy si propone come metodologia compatibile con la maggior parte dei modelli psicologici e psicoterapici.

Le aree di intervento, testimoniate da centinaia di esperimenti e studi, più frequentate dalla poetry therapy sono: 1) infanzia e adolescenza; 2) trattamento terapeutico in presenza di diagnosi di rilevanza clinica; 3) sviluppo emozionale e cognitivo in  assenza di diagnosi di rilevanza clinica o di significativo disagio della persona; 4) violenza e maltrattamento; 5) condizioni croniche (disabilità fisica o mentale), evolutive (terza età) e terminali (malattie); 6) dipendenza e abuso di sostanze; 7) esperienza carceraria; 8) ideazione suicidaria; 9) reduci di guerra.

La poetry therapy sembra particolarmente indicata in quei contesti di media entità diagnostica o media gravità di incidenza della “perturbazione” psichica, ma presenta parimenti anche una serie di problematiche e criticità. La scrittura di poesia infatti potrebbe peggiorare sentimenti già disturbati aggirando tutte le difese poste a salvaguardia del sé (Sterman, in Maltby, 2008).

Per Paterson (2004) c’è un motivo per cui i poeti sono tra le persone statisticamente più colpite da problematiche di ordine psicologico (“Il tuo inconscio è inconscio per una ragione terribilmente buona”, p. 79) e la psicologia ha provato a dirci di più su questo tema, per esempio applicando la teoria dell’auto-efficacia di Bandura (1977, 1977) alle credenze sull’ispirazione poetica. Le persone con una percezione di auto-efficacia tendono ad avere la sensazione avere il controllo di se stessi. Quando le persone si rendono conto di avere un locus of control interno, tendono a attribuire a se stessi il merito dei propri successi (Rotter, 1990) e questa dimensione è correlata ad una migliore salute complessiva (Peterson, 2000). Piirto (1998b) ha evidenziato che in particolare i poeti attribuiscono la loro sorgente di ispirazione creativa ad una “musa” (Piirto, 1998). Questo può segnalare un locus of control esterno e indicare una maggiore probabilità di soffrire per una serie di disordini psichici maggiore di chi percepisce un ruolo attivo nel raggiungere i risultati desiderati (Gilbert et al., 2000).

Uno studio sui poeti suicidi e non ha mostrato che tra i primi era più probabile che si usassero parole associate con il sé piuttosto che a un contesto collettivo e allargato (Stirman & Pennebaker, 2001). Ciò segnala come un lavoro sull’espressione emozionale di esperienze negative possa sospingere una crescita dell’umore negativo (Marlo & Wagner, 1999), senza le dovute accortezze metodologiche. È il cosiddetto “Sylvia Plath Effect”, per cui la depressione dell’autrice pare peggiorasse quando passava a uno stile più espressivo (Silverman & Will, 1989). Per questo andrebbe sempre considerata l’opportunità di informare il paziente/cliente che frequentemente, dopo la fase di scrittura in contesti terapeutici, si può verificare un peggioramento temporaneo dello “stato d’animo” (Pennebaker, 1991), perché scrivere versi può anche configurarsi come “un modo rapido, un modo economico e, ahimé, un modo illusorio di risparmiarsi una crescita psicologica o un trattamento psicanalitico”, come ricorda e il poeta e intellettuale Franco Fortini (1993).

Ciò che in sintesi risulta da questa breve panoramica è che oggi non solo “vi sia certamente un luogo per l’Artista-Medico”, ma che questa figura sia necessaria per monitorare il corretto sviluppo dell’utilizzo terapeutico della poesia. Il successo nella fusione di arte e scienza, che tutti i terapisti della poesia si augurano da Mazza (1993) in giù, passa dalla capacità di sviluppare la poetry therapy non solo come strumento ma anche come una scuola di pensiero in cui formare i professionisti del futuro, proteggendo i clienti/pazienti da chi si improvvisa terapista della poesia senza quelle esperienze e competenze che da oggi questa rivista promette di diffondere anche in Italia.

 

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luca buonaguidiLuca Buonaguidi (1987, Pistoia) ha una lunga frequentazione con l’Asia e l’Appennino tosco-emiliano. Psicologo specializzando in Psicoterapia Bioenegertica, si occupa di Poetry Therapy dal 2012. Ha scritto saggi musicali, quaderni di viaggio, libri di poesia e suoi scritti compaiono su varie antologie, riviste, radio e blog. Promotore di festival di controcultura, collabora come co-autore di testi e altri progetti multimediali con musicisti e fotografi. Ha curato con Francesca Gori “L’isola che c’è - Un laboratorio autobiografico in comunità”, il primo libro in Italia scritto dai pazienti delle comunità terapeutiche.
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