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Poetry Therapy Italia

02 Arti Cunial

 

È possibile considerare il processo di ideazione e creazione di un’opera d’arte con finalità terapeutiche come primo movimento di una terapia? Domande che restano con e senza risposta, nel racconto di come è nato lo spettacolo di poesia e musica elettronica “Black in / Black out”, i cui testi sono interamente legati al tema della sanità mentale.

Ogni poeta dovrebbe essere spinto da un’urgenza che lo proietti alla verità, una necessità che non venga espressa solo nella sua indagine, ma altresì nella pratica. E se quest’ultima altro non è che l’insieme degli esempi che portiamo, il mio primo esempio di verità sarà ammettere la mia poco meno che completa ignoranza di cosa sia la poetry therapy. Ritengo però l’accostamento tra queste due parole qualcosa di vero, che mi riprometto quindi di sondare già da ora a partire da questo mio breve contributo.

 

 

Poesia e terapia sono parole che hanno ambedue radici greche: la prima deriva da poiesis e significa “fare dal nulla”; la seconda deriva da therapeia e vuol dire cura. Potremmo quindi affermare che la poetry therapy sia una “cura dal nulla” e già questo concetto sarebbe di per sé sufficientemente attraente a uno sguardo indagatore qual è quello del poeta, ma trattasi di “normalità” se lo estendiamo alla relazione che intercorre tra un’artista/medico e il suo pubblico/paziente. Usando la nota metafora dell’iceberg, un artista davvero compiuto non sente la necessità né forse è capace di mostrare interamente il mastodontico corpo di ghiaccio sommerso che di sé tende a rivelare appena una punta, ossia l’opera d’arte pubblicamente esposta. Tantomeno un pubblico distratto o che diriga volontariamente l’attenzione altrove si concederà alla contemplazione di cosa sostenga quella parte emersa al di sopra del pelo dell’acqua. Può capitare addirittura di pensare che non vi sia nulla sotto la superficie liquida su cui quella stalattite di mare sembra galleggiare. Eppure c’è. Perciò, il nulla sopra citato, nel nostro caso, non significherà propriamente “assenza”, ma può essere invece accostato alla velocità d’esecuzione di un prestigiatore: tanto più veloce sarà il movimento che nasconde il tutto, tanto più forte sarà la convinzione che il tutto, prima che venga esposto, non esista, ma da quel nulla qualcosa è stato comunque generato. Siamo dunque arrivati al concetto che sostiene, al pari di una colonna vertebrale, questa testimonianza: il nulla generante.

Il processo di ideazione e creazione di un’opera d’arte con finalità terapeutiche è il primo movimento di una terapia? Il poeta scrive guardando sé in relazione con il mondo e cercando successivamente attraverso il mondo di guardare se stesso, per così risolversi e/o annullarsi?

Sono domande che mi pongo spesso senza però giungere a una definitiva risposta. Probabilmente perché non ne esiste una soltanto, ma dal confronto che ho spesso avuto col pubblico dopo aver eseguito il mio spettacolo “Black in / Black out” ritorno ai miei quesiti con dati ulteriori. Sovente confermano i precedenti, raramente li sconfessano, ma andiamo con ordine.

“Black in / Black out” è uno spettacolo di poesia e musica elettronica i cui testi sono interamente legati al tema della sanità mentale e trattano di alcuni disturbi quali l’anoressia, l’insonnia, la schizofrenia, l’ansia e altri. A dividerli fra loro interviene la voce registrata di Paolo Agrati che recita diversi dati che anticipano la poesia successiva e che hanno l’obiettivo di congiungere in uno spettacolo siffatto sia la dimensione letteraria, onirica e di verità qual è quella della poesia, sia quella che percepiamo come realtà schietta, con il bagaglio numerico-statistico che di questa calcoliamo. Questo aspetto è per me particolarmente importante perché rende lo spettacolo mai del tutto compiuto e definitivo, essendo dati che potranno e saranno aggiornati con il passare del tempo e la cui voce recitante non sarà sempre la stessa: un aspetto, peraltro, che viene catturato dal video che accompagna la performance, poiché a partire da una serie di elementi visivi si ha la parvenza che tutto muti continuamente, rivelando dopo molti cicli, apparentemente diversi, l’inganno, ovvero che nulla cambia davvero. Una performance miscelata con musica dai ritmi serrati da club che hanno l’obiettivo di disturbare e modificare il messaggio prodotto dai testi e dalla voce, a volte amplificandolo e altre annullandolo.

Perché ho scelto di creare uno spettacolo simile? In principio fu una decisione legata a un’esperienza personale che pensavo valesse la pena raccontare: una progressiva depressione mi portò a brevi stati dissociativi culminati in una diagnosi di principio di bipolarismo di tipo uno. All’interno della struttura in cui venivo posto sotto analisi dalla psichiatra, incontrai vari soggetti di cui tempo prima avrei avuto timore, e che successivamente mi avrebbero stimolato a provare curiosità e compassione. Avvicinandomi a loro compresi quanto l’ignoranza di queste tematiche mi avesse precluso la possibilità di comprendere sotto un profilo inedito l’animo e la mente umana. Così cominciai a indagare congiuntamente sui libri e sulle persone che animavano il luogo di temporaneo ricovero, perlopiù intervistandole e parlandoci semplicemente. Infine, lessi le indagini socio-statistiche legate ai disturbi che più mi avevano affascinato. E ne scrivevo, intenzionato a dare voce a chi, in una così scomoda posizione di apparente inferiorità, non aveva alcuna forza o la volontà di averne una propria. Così nacque “Black in / Black out”.

Vi era però una motivazione che non avevo notato osservandomi e che emerse solo a partire dalle prime messe in scena dello spettacolo. Il pubblico, al termine della performance, mi si avvicinava spesso incuriosito: volevano sapere se io fossi il protagonista dei disturbi che poeticamente narravo. Non mentii mai: alcune esperienze personali (la depressione, l’insonnia, l’ansia) furono materiale quasi sufficiente per generare i testi, ma li completai sempre con informazioni che non era possibile possedere semplicemente vivendo, ma che andavano assunte studiando; per il resto dei testi, semplicemente, mi ispirai a storie reali di cui ero stato testimone diretto o indiretto.

Uno schema, successivamente a questa risposta, si ripeteva in modo costante: una parte del pubblico mi raccontava delle proprie esperienze. Questi impasti di vita erano spesso tragici e solo raramente mi venivano donati con il sorriso di chi se li era lasciati alle spalle. Erano racconti intimi e pregni di drammaticità. Ci sono persone che mi hanno pianto di fronte, pur avendo saputo il mio nome solo pochi minuti prima. Dopo qualche replica, una delle cause, prima invisibile, che mi spinse a ideare questo spettacolo si rese riconoscibile sia a me, sia a loro: la mia creazione serviva per dimostrarci che non eravamo soli, che non vi era vergogna nel nostro passato, che l’empatia era ed è una forza umana che trascende la vicinanza e la conoscenza. La mia insicurezza sotto forma di tarlo ossessionante la cui voce urlava che ciò che vivevo era mio, che nessuno poteva comprenderlo e accoglierlo poteva essere vinta, alla stessa guisa della loro. Così, apparentemente dal nulla, avevo cambiato il mio modo di vedere e di vedermi, di cullare la malattia, di calmarla e allontanarla da me. Dal nulla, avevo generato la mia stessa cura. Non posso in nessuno modo affermare che sia stata a due direzioni, certamente il pubblico più sensibile mi ha dimostrato di essere stato profondamente toccato, ma sarebbe sbagliato e arrogante presumere che la mia performance abbia aiutato qualcuno a “guarire”, posso solo dire che li ha aiutati a sentirsi meno soli, abbandonati, più compresi e meno “alieni”.

Non lo so, dunque, se “Black in / Black out” possa essere vista come una prova di poetry therapy, certamente lo è stato per me e se lo è stata anche per qualcun altro, allora posso considerarlo un successo, perché ha permesso di potermi affiggere il cartello (chissà se in modo definitivo): oggi la discotesta[1] è chiusa.

 

[1] “In discotesta” è una delle poesie che compongono lo spettacolo “Black in / Black out” e si riferisce alla depressione.

 


 

Nicolas CunialNicolas Cunial (1989) è poeta e performer. Il suo spettacolo “Black in / Black out”, tratto dall’omonimo libro per Interno Poesia, ha registrato oltre 40 repliche in tutta la penisola. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti ed è tra gli slammer più apprezzati in Italia. 
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