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Poetry Therapy Italia

08 Teorie DeVito bianco

 

La poesia può considerarsi il linguaggio di quello spazio intersoggettivo dove l’avverarsi della cura diviene progetto. La parola poetica aiuta la terapeuta a ristabilire quell'incontro minimo e primordiale dal quale ogni uomo e ogni donna possono essere nuovamente immessi nella possibilità di un nuovo tempo e un nuovo spazio. Attraverso tre esperienze cliniche si tenta di rappresentare l’impatto profondo e forgiante del linguaggio poetico nella pratica clinica. Ricordando sempre che non c’è un piano programmatico non c’è una linea, ma emerge una direzione.

 

L’incontro accade in quello spazio tra il conforto e il confronto. Si dà nella moltitudine delle sfumature che può assumere un’esistenza che si narra e che si trasforma in combinazioni di senso, forse solo quando viene narrata. Da sempre organizzo i miei pensieri disponendoli in versi. Spesso i dolori della mia vita sono diventati snodi cruciali leggendo una poesia: Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Helmut Heissenbüttel, Mariangela Gualtieri e Patrizia Cavalli. Nella pratica terapeutica, la dimensione fenomenologica, che orienta il mio lavoro clinico, permette di essere libertà con l’altro. Nell’ascolto dell’attesa, l’accadere di una rappresentazione dell’altro nella forma quanto più vicina alla verità, avviene attraverso il linguaggio. E se è vero che siamo parlati prima che parlanti, attraverso la parola dell’altro ci costituiamo. Parlarci spinge a riappropriarci di un io proprio, un me. Posto che la ricerca di una verità non si slega dall'incompiuto e dalla visione di finitezza delle cose, possiamo attraverso l’utilizzo di un linguaggio poetico, costruire quel terreno in comune che permette una terapia. La poesia, con il suo senso ultimo inafferrabile, con il significato che si dà e si nega, fa quello che fa la verità per i greci. Il senso ultimo inafferrabile del mondo, delle cose e degli altri, si fa accettabile nel percorso terapeutico se il discorso diventa parola reale e cifra di ciò che sento e non so dire. Così, attraverso la parola dei poeti e anche alla parola che si fa poesia, ho scoperto che in una descrizione si può avverare una liberazione.

 

La poesia per terapia

Ogni esistenza, al contatto con il dire e il fare poetico, accede alla possibilità di ricostruire un legame tra sé, il mondo, le cose e gli altri. Un legame di senso e di unione che gli permette di superare quella che molto spesso è la posizione scomoda di chi prova una sofferenza, ovvero la contrapposizione di un me al mondo, che non permette di cogliere la totalità e l’insieme del mio essere nel mondo. Dunque, dando la parola ai poeti, permettiamo la possibilità di una risposta ultima, quanto più propria e quindi vera nel soggetto. La poesia è la risposta che cura, alla domanda “perché questo?”.

Antonio ha 20 anni quando arriva nel mio studio. è alto, la sua postura trasmette concretezza e orgoglio, ma i suoi capelli ricci e arruffati gli coprono il viso formando un tutt'uno con gli occhiali da vista. Non è facile iniziare a parlare con Antonio, lui non parla emette dei suoni flebili, pare quasi che quella voce non appartenga a quel corpo. Come spesso accade, in aiuto al clinico viene l’ascolto dell’attesa. Iniziamo quindi a parlare per conoscerci. Parliamo delle mattine in università, dei pomeriggi a casa a studiare delle poche volte in cui si esce con gli amici: “perché è tutto così difficile da dire!”. Antonio arriva nel mio studio perché la difficoltà di entrare in relazione con il mondo, si è trasformata in un'ansia troppo forte, che a volte lo spinge a non lasciare la sua camera per paura di essere messo sotto, quando scende dal marciapiede. La timidezza che tutti vedono, nasconde una più profonda e strutturata difficoltà. Questo ragazzo non sa come raccontare il mondo e le cose, come raccontare se stesso. Così, nelle nostre chiacchierate per conoscerci, a volte partiamo dai libri ed è con grande meraviglia che scopro il suo interesse per i  libri in inglese e francese. Sembrerebbe che questo giovane porti in terapia qualcosa per me di intraducibile. Quale messaggio, quale richiesta nasconde questo ragazzo attraverso l’utilizzo di una lingua diversa dalla sua e dalla mia? Ed ecco che come spesso accade nello spazio intersoggettivo, in quel campo in cui risiede il senso della relazione è l’altro che ci consegna una chiave. Le lingue che mi porta sono linguaggi. Così, semplicemente un pomeriggio di dicembre portavo in borsa un libro di Cesare Pavese e faccio una prova: “Last blues, to be read some day” gli porgo il libro dicendo: “traducila per me.”

‘T was only a flirt

you sure did know-

some one was hurt

long time ago.

All is the same

time has gone by-

some day you came

some day you’ll die.

Some one has died

long time ago-

some one who tried

but didn’t know.

La traduzione di questo testo ci ha permesso di far entrare nello spazio della terapia il dolore, prendendo in prestito le parole di un altro. Senza soffermarci su cosa significano questi versi nella biografia del poeta, il dolore ha preso il corpo ed è potuto accadere nello spazio terapeutico. Diventato materia concreta, Antonio finalmente può farne un racconto: “some day you came - some day you’ll die.” La riflessione su questi due versi ha dato inizio alla terapia. Un racconto che manifestava l’angoscia dell’incertezza che si prova nei momenti di passaggio, di cambiamento. Il passaggio dal liceo all’università, i cambiamenti dovuti alle nuove strade che da casa portano in facoltà. Un viaggio lungo, quello che dalla provincia al centro della città. Questi “nuovi pericoli”  bisognava renderli sfide e possibilità. Quando il racconto di Antonio, diventato fitto,  accenna alla necessità di essere dipanato, sono passati quasi due anni dal nostro primo incontro. Molte poesie e letture sono entrate nella traduzione delle sensazioni di Antonio in pensieri e ragionamenti. L’incontro con la poesia di Cesare Pavese, possiamo definirlo l’incipit del discorso che si fa percorso. E quel piccolo incontro tra terapeuta e paziente diventa parte di una condizione umana più grande e sopportabile grazie alla parola poetica. Un percorso durato due anni, di crescita e di scelte verso l’età adulta che Antonio vuole spiegarci, così:

Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Per il resto egli sa di essere padrone dei suoi giorni.

da “Il mito di sisifo” opera giovanile di Albert Camus

 

La poesia della terapia

(Nota dell’autore: per i due contributi che seguono non è stato possibile avere un riscontro, in quanto i percorsi sono tutt’ora in corso).

Se è vero che c’è un legame tra descrizione e liberazione, risulta fondamentale per il terapeuta, affinché possa sentirsi compreso e sostenuto, rendere comunicabile quello che accade in un percorso terapeutico. La possibilità di descrivere l’accadere dell’incontro terapeutico attraverso immagini, rimandi e rappresentazioni ed ancora la possibilità di vedere i movimenti dei suoi protagonisti sono fondamentali. Il terapeuta si distacca e può può intervenire per essere argine, deflusso o affluente nel continuo fluire del paziente nel percorso terapeutico. La messa in parola della relazione è un momento critico. Attraverso il metodo fenomenologico è possibile renderlo con una descrizione. Questa spesso risulta talmente ricca di immagini, che diventa poesia. Così nella mia pratica clinica, che si basa molto sul confronto con le mie colleghe e i miei colleghi, molto spesso per raccontare di una terapia e dipanare l'incontro nella discussione di supervisione ho utilizzato la parola poetica.

Tangente è l’amore

Dimenticato lo sguardo del mondo, ti manca il respiro.

Gli occhi tuoi fino ai suoi diventano linea retta

il profilo delle tue labbra tradisce un sorriso

così mani al mento e gomiti sul tavolo

sempre sul lato, ma di traverso

senti l’amore, vittoria dell’esistenza.

Parole minime suggellano il tuo trionfo

pare tanto che dalla tua gonna si levi un sospiro

e tu dici ho creduto, ci ho creduto, adesso “siamo”.

Questi versi, hanno reso possibile un cambiamento importante, in un percorso partito come sostegno alla genitorialità. La grave patologia psichica che coinvolge il figlio di Marika e Andrea, diventa momento di riscrittura di una storia di coppia per due genitori. Attraverso la parola poetica, fu possibile raccontare i nostri colloqui, e scoprire qualcosa che era dietro gli atteggiamenti di questi due genitori. Iniziai a vedere Marika e Andrea, a modulare il mio intervento e ad adattarlo alle richieste, che finalmente avevo compreso.

Si può ipotizzare quindi che la poesia della terapia permetta la costruzione di un percorso, dandogli la direzione più opportuna. Il terapeuta può così rappresentare a se stesso la posizione assunta, per poi utilizzarla come mezzo per ragionare, riflettere e monitorare il proprio operato.

Nel secondo contributo porto, la descrizione di una paziente in versi:

Tenere

Uncino mi tengo alla terra

tradisco insegnamenti protesa nel tempo

mi cerco concetto, sintesi di introspezioni

ma sono tenuta da prese antiche

posizionata -donna maldestra-

alla volta di una vita

che mi fa parentesi, incisione, accadimento.

In questo caso la poesia diventa un mezzo per. Può aiutare a tirare le somme di un percorso e permettere una restituzione che sia morbida e a rilascio lento e graduale, come piace dire a me. Rosaria, 16 anni, denuncia gli abusi e le vessazioni di un parente e viene allontanata dalla sua casa per raggiungere un’abitazione protetta. I nostri incontri, dopo più di un anno, diventano uno spazio libero in cui parlare di femminile plurale, che non significa solo subire, ma anche generare. Rosaria può ripartire all'interno di un discorso più grande di legami e di perdono.

 

Conclusioni di riflesso

La poesia è uno strumento che ci permette l'incontro. Nella pratica terapeutica può assumere il ruolo di intervento sistematico. Partendo dalla fenomenologia, non mi spingo a cercarne il tecnicismo, ma ne assumo il rigore del metodo che può aiutare a descrivere il momento in cui siamo, può dare una spinta quando il discorso stenta ad aprirsi in percorso e può rendere più leggibile quello che nel linguaggio tecnico, chiamiamo “caso clinico”.

 


 

francesca de vitoFrancesca De Vito psicologa e specialista in psicoterapia ad orientamento fenomenologico antropoanalitico è nata a Napoli nel dicembre del 1983 dove ancora vive, lavora e lotta. Husserl, Guccini, Montale e Patrizia Cavalli la spronano nell’impresa di restituire la soggettività a sé stessa, alle cose e agli altri. Così inciampa in scale, lacrime, marciapiedi e discrepanze si fanno mappa.
» La sua scheda personale.