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Poetry Therapy Italia

011 pierro

Questo articolo prosegue nel racconto della mia esperienza personale sull’utilizzo della poesia come aiuto nella psicanalisi. Il primo articolo è stato pubblicato sul Numero 0 della rivista, qui di seguito le parti 2, 3 e 4.

 

Parte 2

Qui racconto una delle questioni personali al centro della mia narrazione poetica e della mia psicoterapia: l’essere sopravvissuta a un mancato suicidio. Non è facile parlare di un’esperienza simile, io ho deciso di farlo per contribuire alla diffusione della cultura della prevenzione del suicidio e alla sua commistione con la Poetry Therapy. 

Negli ultimi anni persone molto vicino a me hanno deciso di togliersi la vita, di altre ho letto sui giornali, e io avrei voluto fare qualcosa per ognuno di loro e continuo a cercare di capire cosa fare e soprattutto insieme a chi impegnarmi per diffondere nelle scuole, sui luoghi di lavoro, nelle famiglie, ovunque, una cultura che favorisca la prevenzione del suicidio.
L’argomento è delicato ed è positivo, secondo me, che esperti come il professor Maurizio Pompili ne parlino alla radio e in televisione, in occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio. Come ho raccontato nell’articolo pubblicato sul precedente numero della Rivista di Poetry Therapy, da parte mia, ho cercato “le parole per dirlo”. Di seguito alcune citazioni di poesie.

Desidero dirlo il dolore,
perché non faccia più male.

Voglio parlare del dolore
a nome di chi ha vinto la paura della morte
e ha impiccato, tagliato, buttato di sotto, ingoiato.

Ho trasformato in poesia
il “dolore umano”
per non nasconderlo
e trattarlo con rispetto.

Voglio parlare del dolore
anche a nome di chi non può più farlo,
per loro
si alza
piano
la mia voce
a dire:
“tutto il dolore del mondo
merita rispetto”.

La tragedia del Ponte Morandi a Genova mi ha fatto tornare indietro nel tempo e mi ha ispirato quella che ho battezzato la

Trilogia per la prevenzione del suicidio

#1
Sopravvivere al suicidio è come sopravvivere
al crollo di un ponte quando il ponte sei tu.

I ponti sono come le persone
stanno in piedi per anni poi qualcosa accade.

Poco importa se la colpa è
di un costante sovraccarico, una pressione continua oppure di
un colpo improvviso, più forte che mai, imprevisto di fatto succede: una parte cede.

Non è grave
se le altre reggono,
sostengono il peso diversamente ridistribuito:
trovano un nuovo equilibrio e tutto si aggiusta.

Tutto crolla invece, e di schianto,
quando una parte cede
ed un’altra non regge.

È quando una parte
che per anni ha incassato colpi
non ne regge altri
dopo il cedimento
di quella che per prima non ce l’ha fatta e
ha dato inizio a tutto.

Si erano fatte forza insieme
con trucchi e sistemi
che per anni avevano funzionato,
ma poi, insieme,
hanno detto basta,
ed è stata la fine.

Sopravvivere al suicidio
è fare il funerale alle parti di sé
che non hanno sostenuto oltre il
peso della vita
e, dopo, non sapere che altro fare.

Non senti la voglia
e neanche il dovere di ricominciare.
Ti senti libera, dal passato, in un vuoto.

 #2
Uno dei tanti psicologi della tua città
fa un sacco di domande
Tu una sola: chi sei?
Non sai chi sei e non sai chi è.

Non sai perché la morte non ti ha voluto
Non sai cosa lui vuole da te
Non sai cosa tu vuoi da lui.

Niente
Non sai niente,
non vuoi niente
Non sei più quella di prima
Punto.

Poi ti chiedi:
sei libera o sei costretta
ad andare da lui?

Sei costretta dal tuo passato,
dal tuo suicidio mancato
ma sei libera
di scegliere, nel presente,
e scegli lui.

Non hai altra scelta che farti aiutare, ma non sai se ci riuscirai, e
non sai se ci riuscirà ad aiutarti davvero.

Una cosa la sai: sai che per lui esisti
ed è tantissimo:
significa che sei viva.

E se ti parla e ti ascolta
significa che a qualcuno importa
come stai ora.

E se ti guardi e ti vedi, lì con lui,
significa accorgerti
che stai vivendo
e che non sei più sola.

#3
Scorre del tempo
e ti senti persona intera
e scopri che ci sono sempre state
parti di te che non sono crollate
e lavorano insieme a lui.

Si lavora insieme
con rispetto
dei tempi, dei limiti, dei confini:
così da ponte crollato diventi
persona
che sa stare in piedi
e sedersi comoda.

Guardi indietro
e non riesci a ricordare
cosa ti aveva
ridotto
a niente
distrutto.

Scopri così
che quella cosa che aveva colpito e affondato
parte di te
nulla ha potuto, nulla potrà su di te
viva presente,
attenta a te e agli altri,
di nuovo umana tra esseri umani.

Sei sopravvissuta al tuo suicidio e
ci sei con gli altri
ora in modo diverso.

Pazienza se a qualcuno
non piacevi prima e non piaci ora,
qualcuno si stupirà, qualcuno non ti riconoscerà
stai diventando te stessa.

Ciò che hai perduto
lo puoi davvero lasciare andare
vale cosa è rimasto di te
e chi è restato con te.

Ora che cominci ad amarla la vita,
sai che non hai paura della morte
perché sei morta
senza morire
già una
volta.

Avevo già scritto la Trilogia quando ho ascoltato alla radio più o meno queste parole che cito a memoria, mi pare fosse un’intervista a una inquilina sfollata: “Ho affrontato per settimane l’emergenza con forza, coraggio e compostezza, ma una sera ho visto mio marito piangere e il mattino dopo, davanti alle telecamere, mi avete visto urlare la mia rabbia ai politici”.
Quella donna stava dicendo qualcosa che era nella poesia, io senza saperlo avevo scritto di me, del ponte, ma anche di lei e di suo marito:

Tutto crolla invece,
e di schianto,
quando una parte cede
ed un’altra non regge.

Era come se io e lei avessimo fatto un’esperienza simile e l’avessimo inspiegabilmente condivisa: “più crolli, non uno soltanto, non soltanto quello che avete visto tutti”. Questo mi porta a concludere che la poesia è potente, è capace di unire le persone e lo fa in modi sorprendenti. Per questo ho fiducia che la poesia possa ritagliarsi un ruolo nell’aiutare le persone a convivere con ferite e sofferenze interiori, e possa contribuire a prevenire pensieri e comportamenti suicidi, perché la poesia parla un linguaggio universale e fa del bene segretamente, come quando, in certi giorni bui, capita di ringraziare per una poesia arrivata aprendo a caso un libro o una pagina Facebook.

Parte 3

Questa parte riguarda le esperienze traumatiche infantili – argomento non di facile svolgimento. Ad affrontare questo tema mi hanno aiutato due amici molto speciali: Carine con il suo amico Sean e Antowe con il suo amico Denzel. Completano questa parte alcune poesie: poesie sulla sofferenza dei bambini, poesie sul superamento del dolore, poesie sul perdono.

Affrontare questioni come i maltrattamenti in famiglia, gli abusi psicologici e i traumi infantili dovuti a singoli episodi e all’esposizione ripetuta a esperienze traumatiche, quando si è vissuti in un piccolo paese, i genitori sono vivi e tra fratelli non se ne è mai parlato, significa rischiare.

“Tacere l’indicibile” è più facile e permette di condurre una vita “apparentemente normale”, ma a che prezzo? Io, pur di tacere, ero arrivata al punto di scegliere la soluzione estrema, ma essendo restata in vita, avevo continuamente occasione di ascoltare come se ne parla delle persone che si sono suicidate, come avrebbero parlato di me se ne fossi morta; e allora mi interrogavo: volevo tacere ancora?

No, non volevo continuare a tenermi tutto dentro, eppure non era così semplice: non volevo aggiungere sofferenza a sofferenza, non volevo e non voglio fare inutilmente del male a mio fratello, mia sorella e ai miei genitori anziani anche perché siamo stati tutti e cinque provati duramente, chi prima e chi dopo, nel corso delle nostre vite.

È stata una persona a spronarmi con il suo esempio, Carine McCandless, sorella di Chris, il protagonista di Into the wild, incontrata il 15 maggio 2015 al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove presentò – accompagnata da una delle sue sorelle – il libro “Nelle terre selvagge. La verità” (per approfondire clicca qui).

Carine stessa, rispondendo alle domande del pubblico, disse: “Quando parlo nelle scuole degli USA c’è sempre qualcuno o qualcuna a che giudica, senza capire, e io rispondo che è fortunato o che è fortunata, perché non ha passato quello che abbiamo passato io e mio fratello. E aggiungo – per essere totalmente onesta – che mio fratello mi ha in parte protetto, e di questo lo ringrazio. Ma sono molti di più gli studenti che capiscono e trovano nella mia testimonianza un aiuto. Ed è per questo che finchè mi sarà possibile, continuerò ad andare nelle scuole dove vengo invitata, per aiutare i giovani che hanno subito violenze psicologiche e abusi.” E aggiunse: “A chi mi chiede se ho perdonato i miei genitori, rispondo che è proprio il modo in cui agisco il mio modo di perdonarli”.

Carine, racconta nel libro il suo percorso per non rimanere prigioniera del passato, e a questo proposito mi sono appuntata, quel pomeriggio, queste parole: “Da sola non ce la fai, serve qualcuno che ti sostenga… poi la strada la devi trovare tu, è tua, è un fare del tuo meglio”. Al momento del “firma copia” fu sua sorella che venne ad abbracciarmi e Carine a scrivere:

FOR CHIARA
GRAZIE SORELLA MIA (in italiano)

In memory of Chris
who gave me the courage
to follow my true path
even when the walking was rough            

Così riconobbi in Carine una sorella, come avevo riconosciuto in Chris un fratello che aveva passato ciò che avevo passato io (situazioni identiche, situazioni simili); lei si commosse quando le confidai: “Ho visto il film di Sean Penn decine di volte, e ogni volta piangevo vedendo tuo fratello non accettare di fermarsi con chi lo ospitava temporaneamente e lo invitava a restare”. Mi toccò nel profondo la sua risposta: “Chris era alla ricerca di rapporti veri… ma non riusciva a fidarsi al cento per cento”.

Per me, come lo è stato per Chris, rimane tutta una questione di fiducia. Per me, come per Carine, rimane tutta una questione di fare del mio meglio nel percorrere il mio sentiero. Da parte mia, quindi, faccio mio il metodo di Carine: per me perdonare è condividere qualcuna delle mie poesie e nel farlo perdono me stessa, chiedo perdono sia in relazione a quanto vissuto in famiglia, sia a quanto vissuto in terapia e perdono tutti.

*****
Perdonami,
o ringraziami,
per quanto voglio restituirti
sbagliando modi, toni, momenti,
io che vengo da te per vivere.

*****
Con te sono riuscita a guardarmi
ed ho visto un passato che non tornerà più:
quando conoscevo soltanto
dolore o euforia,
estremi,
ed io in balia.

Con te una nuova vita:
infelicità e gioia.

“Così è la vita” l’hai detto tu,
tu hai aggiunto:“È così per tutti:
entrambe in quantità variabile”.

*****
“Aiutami ad aiutarti” mi diceva
ed abbiamo intrecciato una relazione d’aiuto.
Non è stato inutile accettare di vivere il suo amato lavoro:
mi ha tenuto in vita

Ma non è bastato: le mie parole sono fragili, inconsistenti,
tutto meno che parole buone: sono parole di dolore,
difficili dire, da sentire, da capire.

E così a lui arriva qualcosa che non è vero
e nel mio cuore rimane qualcosa
che non arriva.

 

Due poesie scritte da bambina, tra gli undici e i tredici anni (da adulta, sperando così di liberarmi della sofferenza che vi leggevo, ho buttato i diari, ho conservato i quaderni di poesie):

CANE
Uno sguardo, parole mute
ma che dicono tanto
se sei veramente infranto:
in un umile sguardo di cane puoi trovare la forza di restare.

PRIGIONE
Una gabbia, dei canarini
che ad un primo sguardo posson sembrare carini
Ma poi osservandoli bene ti accorgi che sono tristi
con degli sguardi misti
a odio e disperazione.

Il loro canto
è un grido di rabbia
soffocato da una piccola gabbia.
Il loro svolazzare
disegna parole di dolore
dirette ad un mondo
che non sa cos’è l’amore.
Non puoi chiedere di amare
a prigionieri senza colpa .
Cibo ne hanno,
gliel’hai dato tu
Tu li hai pagati
Ora non hanno bisogno
di essere amati.
Prigione:
uccide la felicità di vivere.

 

Poesie scritte in età adulta (le più leggere, per rispetto dei lettori e dei miei familiari), che sembrano confermare che la sofferenza dell’infanzia rimane dentro:

Tu mi hai letto dentro
e hai detto
“Sei stata abusata”.

Io, maledetta con male parole,
ho visto dentro
e ho detto:
“Sono stata danneggiata,
ho imparato a vivere mortificata”.

Io condannata
a riviverlo l’abuso diventato sofferenza
e a ricordare
l’altrui far male per sentirsi bene.

******

Continuare a proteggerli,
a sacrificare la mia per la loro.

Oppure accettare che niente proteggerà me
da ciò che è stato.

*****

Non è nato quando mi hanno concepito?
Oppure è stato abortito da chi mi ha
partorito?
Forse è stato soffocato
da chi di me può aver abusato?

Di certo l’amore per me è mancato
trascurato, dimenticato
da chi ha mancato
nel proteggermi
e abituato
così
mi ha abituata
così:
a non amarmi.

*******

Ed io sono rimasta
fedele
a chi non amata ho
amato
fino a morirne,
uccisa da me.

Concludo con una poesia di Antowe Fisher

Chi piangerà il povero innocente perduto e solo?
Chi piangerà il povero innocente quando spezzato avrà il volo?
Chi piangerà il povero innocente col mondo dentro sé nemico?
Chi piangerà il povero innocente, il povero bambino dentro un uomo assente?
Chi piangerà il povero innocente che conobbe la pena ed il dolore?
Chi piangerà il povero innocente che morì più volte e più volte ancora?
Chi piangerà il povero innocente, il ragazzo che tentò di essere?
Chi piangerà il povero innocente che piange ancora dentro di me?
Lo farò io.

Nel film omonimo l’attore che impersona Antowe la dedica al suo psicoterapeuta impersonato dal Premio Oscar Denzel Washington, che del film è regista e attore non protagonista.
Ad Antowe ho scritto una mail anni fa e lui mi rispose: per questo lo considero un mio caro amico.

 

Parte 4

Lascio la parola ancora una volta alle poesie: poesie sulla sofferenza dei bambini, poesie sul superamento del dolore (io e il terapeuta abbiamo attraversato insieme fiumi di dolore e scalato montagne di sofferenza e ne siamo usciti vivi entrambi… e non era scontato), poesie sul perdono.

È una sorta di ripartenza nella semplicità: riconoscersi smarrita e ritrovarsi; riconoscersi violata e risanarsi: finalmente degna di  rispetto e autoprotezione=autoguarigione con la parola che cura diventata ascolto dell'altro.

 

  1. Una collana leggera
  2. Le nostre poesie sono anche vostre
  3. Percorso terapeutico
  4. Acqua
  5. Mi prendo cura di me
  6. Desidero dirlo il dolore
  7. Incontriamoci domani

 

1. Una collana leggera

Ho vissuto con una catena al collo,
anelli pesanti da sopportare,
anelli più¹ grandi di me,
lettere di un alfabeto  
dell'unica lingua
che ho imparato bene:  
A B C
abusi botte condanne
U V Z
urla violenza zitta.

Tu, 
piano piano,
con un altro alfabeto
sollevi
le mie catene
diventano
meno pesanti
le sposti
affinchè
io  
possa liberarmene.

Tu
il tuo procedermi accanto
aspettarmi,
non arretrare,
non smettere di accogliermi.

E la catena rimane a terra
e posso muovermi,
andarmene,
fermarmi,
tornare indietro,
riprendermi,
riprendere la mia strada.

La mia strada: 
una strada diversa da prima,
la mia storia, raccontare la mia storia:
inanellare
momenti della mia vita
rari, preziosi, unici,
farne una collana leggera,  
che posso mettermi al collo,  
che puoi aiutarmi a farlo.

                                                             

2. Le nostre poesie sono anche vostre

“Fermati” mi ha detto  
la prima volta che mi ha incontrato
ma io non potevo, non avevo un posto mio,  
così l'abbiamo costruito insieme.

Parlami di te mi diceva ogni volta,  
ma non sapevo come si fa,  
così me lo ha insegnato lui a dire “io”.

Tu in poesia è lui, il terapeuta:
lui mi ha dato la parola...  
io l'ho presa...
e ne ho fatto poesia.  

La mia poesia
è un essere vivente  
e non sarebbe mai esistita per me soltanto.

Le mie poesie sono anche nostre,  
le nostre poesie sono anche vostre.
Alcune,
leggere come foglie,
galleggiano trasportate dall'acqua che scorre  
tra raggi di sole ed arcobaleni,  
tra farfalle e libellule.
Altre,
pesanti come pietre,  
faticose da sollevare,
sono massi penosi da trascinare.

Tu fin dall'inizio hai rispettato il mio dolore  
anche quando non sapevo dirlo,  
anche quando non sapevi  
che era tutto quello che avevo da dire  
e non riuscivo a dire.

Come ho fatto a sopravvivere?
Non importa:
tu
hai scardinato
porte chiuse da sempre,  
dentro di me,
io
ne scopro l'esistenza e posso passare,
posso guardare oltre,
andare avanti.  

Così
ogni giorno,  
onoro la possibilità di voler vivere,
ogni giorno  
esploro le possibilità del vivere.  

Accade che  
una fiducia e una serenità sconosciuta  
si cerchino il loro spazio  
tra la tristezza profonda,  
la paura costante e la rabbia improvvisa.

Sto riuscendo a non farmi schiacciare,
mentre nutro i miei giorni di coraggio;  
sto riuscendo a non precipitare,
mentre apprezzo la libertà conquistata.

Ci riesco  
a tollerare il dolore  
e amare la vita,  
ora ci riesco;
questo intendevi
quando dicevi:
“a soffrire di meno...
ci arriverai...
ci arriveremo”.  

Finalmente mi sono fermata
e nel farlo
sento che in realtà  
mi sto muovendo, sto vivendo.

È bello sentirla respirare  
nel proprio respiro,
è bello sentire vita
dentro di sé.

La vita
trova sempre nuove vie,
attende e crea,
con noi gioca e scherza:
non siamo altro che cuccioli per lei.

Le sue mani afferrano le nostre mani
quando tutto sembra perduto,
su di lei poggiano i nostri piedi,
non ci abbandona:
ci prende e ci porta con sé.    

                                                                    

3. Percorso terapeutico 

“Aiutami ad aiutarti” mi dicevi
ed abbiamo intrecciato
una relazione d'aiuto.                                                                                    

Quando dico di me
io perdo per strada le parole,
e le raccolgo sporche e le rimetto insieme
alla rinfusa, in affanno, disperata
e le pronuncio incerta.

Ma questo è un rapporto terapeutico
e le parole su di me che provo a dire
è tutto ciò che abbiamo, così,  
se perdo per strada le parole  
le ritroviamo  
e le trattiamo bene.

Siamo io e te  
in questa poesia che spunta,  
come un fiore sulla riva,  
ai margini di un percorso terapeutico.

                                                                                    

4. Acqua

Corpo
cullato dal mare
la mia anima
senza pace in terra,
ferita dal dolore.

Ha il peso di un corpo
la mia anima e
tu  
per lei
sei acqua.

Acqua dolce
nel deserto
ridai vita  
quando non c'è  
speranza.

Acqua salata
sostieni il corpo  
esausto fare il morto
per riprendere le forze.

Mare
assecondi
il movimento
di provare
a toccare terra.

Terra
nella speranza che,
finalmente,
sia lieve.

 

5. Mi prendo cura di me

Hai detto tu
quello che c'era da dire  
su una sofferenza
disumana e banale  
come ogni male inferto
e, finalmente,  
se ne può parlare,
insieme,  
o soltanto,
io,
dentro di me.  

Adesso mi prendo cura di me  
e non era possibile prima:
“In un posto tutto tuo
mettiti quieta  
e aspetta la tua anima smarrita
nel silenzio ascolta,
fidati di te stessa, osserva:
mentre vuoi bene ...a chi ti vuole bene
ti vuoi bene ...e non era possibile prima”.

Adesso posso farcela  
ad uscire da sotto le macerie  
quando mi crolla il mondo addosso,
adesso sono io stessa a darmi conforto,  
perchè tu mi hai reso
compagna di me stessa,
nella buona e nella cattiva sorte.

 

6. Desidero dirlo il dolore

“Sai trasformare in poesia
il dolore umano” – osservi
ed io
mi riconosco
in queste parole:  
desidero dirlo il dolore.

Voglio parlare del dolore  
per non nasconderlo
e per trattarlo con rispetto,
perchè non faccia più male.

Voglio parlare del dolore,  
anche a nome
di chi non può più farlo.

Per loro
si alza piano
la mia voce
a dire:
"tutto il dolore del mondo
merita rispetto”.

 

7. Incontriamoci domani

Costruiamo adesso
stando distanti
solidi ponti
e lo saremo anche noi domani
solidi solidali sodali
saremo e
perciò ti invito: incontriamoci domani
sarà transitare,
andare oltre,
superare.

Mi troverai
accanto al tuo sentire
vicino al tuo pensare
perché il lutto, il dolore,
il pensiero di una morte ingiusta
che accompagna in un tempo infinito,
è stato a lungo accanto a me in passato e
anche adesso lo porto con me ma senza stare troppo male e
perciò ti invito: incontriamoci domani
io potrò capirti, tu saprai capirmi.

Mi troverai
accanto al tuo sentire
vicino al tuo pensare
perché la paura,
la tua, la mia,
è nostra adesso,
nuova, antica, grande e
perciò ti invito: incontriamoci domani
la attraverseremo,
insieme la lasceremo andare.

Che è come se, mai visti prima,
adesso ci tenessimo per mano
in una catena umana e
perciò ti invito: incontriamoci domani
appuntiamoci oggi
che ci incontreremo
che parleremo con sguardi profondi,
che con parole nate dal silenzio
ci abbracceremo
preziosa umanità che si fa dono.

 

 


 

chiara pentChiara Pent, vive e lavora Torino, ha due figli meravigliosi ed un simpatico coniglio. Dopo la laurea in scienze politiche indirizzo internazionale, ha partecipato ad iniziative di aiuto umanitario durante le guerre nei Balcani: nei campi profughi, al seguito di convogli e nella città assediata. IZET SARAJLIĆ ha detto: “Non compete al poeta cercare la poesia, ma alla poesia cercare il proprio poeta e trovarlo” e Chiara, sospesa tra i due mondi, della poesia e della psicanalisi, sente vera questa considerazione del grande poeta sarajevese.
» La sua scheda personale.