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Poetry Therapy Italia

casiraghy 43

C’è continuità tra i viventi, chi li ha preceduti e quelli che verranno, tra umani, piante e animali, tra creature naturali e spiriti. L’intervista porta luce nel mondo dell’ombra, che per noi occidentali è l’inconscio, ma in altre culture è la notte e l’incolto dove l’aspetto rituale e simbolico è ancora vivo.
L’arte della cura si muove con attenzione e circospezione in un mondo animato e popolato di voci e di segni che possono guidare, indicare la strada, ma anche sviare e distruggere. “Negoziare con il male” è pratica fertile della cura e la parola ha valore trasformativo.

Viviamo in un mondo dove stiamo violando e uccidendo le molte dimensioni della nostra umanità, un tempo malato che ci impedisce di interrogarci sul senso integrale dell'avventura sulla Terra.
“Se non ci poniamo in una critica radicale del sistema in cui siamo immersi, la nostra fine sarà inevitabile”, parole queste di uno dei maggiori fautori del dialogo tra fedi, culture tradizioni diverse: Raimon Panikkar, che ci invita a innescare un “regresso creatore” un movimento dinamico e creativo che ci porti a comprendere che sono proprio le culture che noi abbiamo arrogantemente chiamato sottosviluppate, quelle che più ci potranno aiutare a ritrovare le nostre radici, a credere ancora nella forza dei sogni e a ridare energia alla nostra ora vana parola, una parola invece capace di creare buona realtà e capacità di relazione, di cura.

È in questo ormai più che ventennale mio interesse per il valore costitutivo dell’alterità per la mia umanità, che sono lieta oggi di incontrare e di dialogare con Giulia Valerio: psicoterapeuta junghiana, docente di psicoterapia analitica e di etnopsicoterapia. Cofondatrice del Metis e di MetisAfrica o.d.v., Giulia ha svolto viaggi di lavoro e reciprocità presso guaritori e guaritrici, pedagogisti e indovini, presso la popolazione dei Dogon, in Mali.

Patrizia Gioia. Giulia, nel nostro Occidente, l’uomo viene dichiarato sano quando può lavorare. Per la maggior parte delle medicine altre, il criterio di salute non è la capacità di lavoro, ma la capacità di godere. Sano non è colui il cui organismo funziona come una macchina senza guasti, ma quello la cui armonia con se stesso e con l’universo intero gli consente di godere della “beatitudo”: la gioia della vita. Nella nostra cultura cristiana infatti l’accidia era uno dei peccati mortali.
Per la tua lunga esperienza a contatto con altre culture cosa ci puoi dire?

Giulia Valerio. Grazie per questa premessa, Patrizia, che subito ci introduce nel cuore di una differenza sostanziale tra il modo di intendere la realizzazione e la salute tra l’Occidente e le altre civiltà. Per noi l’essere umano è teso all’affermazione di sé, attraverso il lavoro produttivo e la possibilità di avere e accumulare beni: sono esaltate le capacità di farsi valere, di essere tutti d’un pezzo, di non guardare in faccia a nessuno per ottenere i propri obiettivi concreti, di affermare il proprio diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Tutti i valori che iniziano con “auto” (la cui etimologia viene dal greco e sigla la referenzialità a se stessi) sono premiati: dall’autonomia all’autodeterminazione, fino a un neologismo ormai dilagante, l’autostima. Come se ciascuno dovesse stimarsi da solo, invece di misurare il proprio calibro umano attraverso le relazioni che siamo – o non siamo – in grado di tessere, custodire, rispettare, e del valore che sappiamo mettere in campo.

Per tutte le altre civiltà, afferma l’etnologo Jean Servier, i beni che garantiscono equilibrio e salute vengono dall’invisibile, e chiedono la ridistribuzione di ciò che si possiede, in una condivisione costante per cui l’antropologo Remotti suggerisce di cambiare la denominazione di “individuo”, che ritaglia solitudine e isolamento, con il termine “condividuo”. Sentirsi immersi in universi multipli, che comprendono chi ci ha preceduto e chi verrà, gli spiriti dei luoghi e tutti gli esseri viventi, produce quella gioia che tanto ci stupisce quando la incontriamo. Camminare su terre riarse, dove la vita cresce e si snoda in condizioni in cui noi non riusciremmo a sopravvivere, porta la sorpresa della felicità di chi si incontra: il sorriso del lungo saluto, il considerare la risata un bene supremo, come presso i Boscimani, la felicità del canto e l’incanto di essere vivi e presenti, insieme.

Patrizia Gioia. Ora vorrei toccare con te un tema che mi sta particolarmente a cuore: il tema della religione come progetto di salvezza che ogni cultura esperisce e vive in modo differente. Religere, religare: tenere insieme le tante parti di me, in primis, testa e cuore soprattutto, e poi la mia relazione con te, con l'altro, col mondo e con quella dimensione di profondità che potremmo chiamare divina o infinita o invisibile.
Certamente possiamo distinguere la salute dalla salvezza, ma, ti chiedo, possiamo separarle?

Giulia Valerio. Nei miei viaggi nel paese dei Dogon del Mali, iniziati vent’anni fa e non ancora terminati, ho potuto sperimentare, con stupore, come la vita quotidiana sia costantemente immersa in una dimensione simbolica e religiosa: il cesto per trasportare il cibo dal mercato e dagli orti ha la forma del contenitore con cui l’antenato è sceso sulla terra portandovi le creature e la vegetazione, e la sua base quadrata si iscrive nel cerchio dell’apertura; la borraccia del pastore porta incise le parole per comunicare con i geni dell’acqua, e la sua forma riproduce quella del nostro pianeta e della sua posizione nel cosmo; si pulisce casa al mattino seguendo il corso delle costellazioni del momento. Questi gesti e utensili sono sempre uguali, da tutti frequentati e vissuti anche nel loro senso mitologico.
Ho imparato tanto dall’esperienza di vita e di scambio quando mi sono trovata immersa in una civiltà tanto radicalmente diversa dalla nostra; queste conoscenze nel lavoro etnoclinico mi hanno insegnato ad aprire l’ascolto e il cuore alla dimensione sacra e misterica, che vive sottotraccia anche nella maggior parte degli ospiti migranti (perché qui non può essere espressa). Come ben dici, soltanto noi separiamo il corpo dall’anima, e di conseguenza la salute dalla salvezza.

Ricordo ancora il giorno in cui ero seduta sotto un piccolo pergolato di vite, capace di sopravvivere nell’arido clima subsahariano, nel cortile dell’abitazione di Apam, amico fraterno e maestro di educazione e di saperi nel villaggio di Sangha. Pur appartenendo a una grande famiglia di cui fanno parte funzionari, artisti e direttori di scuole, Apam, il cui nome significa l’Antico, è stato prescelto per non essere mandato a scuola, per crescere e vivere immerso nella cultura orale (quella che noi riteniamo “analfabetismo”, ignorando come fosse la culla da cui provengono i poemi di Omero e Esiodo) ed esserne un testimone sapiente. Il sapere viene appreso attraverso rituali iniziatici, oppure dai racconti degli anziani; procede per tappe, rispettando gli stadi delle età della vita. Apam tiene tutto a memoria; quando parla non ha un testo di riferimento per cui le risposte sono sempre nuove, elaborate a seconda dell’interlocutore, del tempo e dell’ambiente, meditate a lungo e condotte in modo ampio e circolare.
Quale fu la mia sorpresa, quel giorno, nell’ascoltare le sue parole che mi spiegavano, gentilmente, che soltanto noi occidentali separiamo tutto in due, da Platone in poi: lo spirito dalla materia, il bene dal male, il corpo dall’anima.

Per tornare a noi, Jung sosteneva che anche in Occidente abbiamo disperatamente bisogno di una vita simbolica, di un luogo in casa dove non squilli il telefono (lo scriveva nel 1939!), di uno spazio da dedicare ai morti e alle divinità che ci stanno intorno, capace di costruire un ponte con la dimensione più grande di noi, che ci determina e di trascende. Questi luoghi sacri sono frequentissimi in Oriente, in Sudamerica, in Africa e negli altri continenti, sia nelle case che nella natura, snodi dove i sentieri si intrecciano e creano connessioni, tenendo insieme e “religando” le molte dimensioni dell’esistenza. “Nella nostra vita incontriamo soltanto cose banali, comuni, razionali o irrazionali... Ma non abbiamo una vita simbolica. Dove viviamo simbolicamente? In nessun luogo, se non quando partecipiamo al rituale della vita”: queste annotazioni si saldano al modo di vivere in altre civiltà, dove ogni gesto e ogni oggetto rimandano al mito che li sostiene, alla cosmogonia che li ha creati.

Patrizia Gioia. Penso che la trasformazione antropologica in atto ci porti necessariamente anche al superamento dei concetti di relazione tra medicina e religione, attingendo dal passato e da altre tradizioni. Avremo probabilmente necessità anche di nuove parole capaci di creare questa nuova realtà, anche nuove parole teologiche.
Per sua natura l'uomo è naturaliter religiosus, la religiosità è una delle molte dimensioni umane. Sempre Raimon Panikkar infatti scrive che la separazione tra medicina e religione è stata degradante per la prima e alienante per la seconda, perché la medicina senza religione non guarisce: cessa di essere medicina. La religione senza medicina non salva: cessa di essere religione.
Cosa mi dici in merito alla tua esperienza?

Giulia Valerio. La tua domanda rimanda alle ricche riflessioni di Jung in merito: sosteneva che la psicologia era nata per sanare la decadenza della potenza religiosa presso di noi e per il bisogno urgente di trovare unità tra cura, salute e senso della vita. Spesso consigliava ai suoi pazienti di riallacciare le tradizioni religiose familiari: averle abbandonate poteva causare sintomi gravi, come nella giovane donna ebrea, atea e immersa nella razionalità scientifica, che viveva terribili crisi di angoscia e di panico. La diagnosi fu che aveva una terribile paura di quel Dio che aveva abbandonato, poiché discendeva da una famiglia hassidica, di grandi mistici: suo nonno era stato una sorta di rabbino mago, capace di seconda vista. L’etnoclinica si basa sul medesimo principio: radicarsi nel terreno spirituale cui si appartiene risana le ferite, cura i traumi, sutura le lacerazioni, aiuta a riscoprire il senso del nostro esistere e di quanto ci accade.
È molto interessante a tal proposito notare la differenza tra la medicina tradizionale e quella convenzionale, la nostra. Da noi l’anamnesi è importantissimo strumento diagnostico: al paziente vengono rivolte serrate domande sulla nascita, l’alimentazione, l’andamento del disturbo e così via. Di fondo ci riteniamo responsabili del nostro male, come se fosse possibile evitare ogni sintomo indesiderato con un corretto stile di vita.

Il guaritore, di fronte alla persona sofferente e al suo disagio, non gli pone alcuna domanda. Non vuol sapere cosa prova, da quanto è afflitto da quel male, come è stata la sua vita, la sua alimentazione e la sua salute fino a quel momento. Il guaritore fa invece una divinazione: interroga il piombo fuso, l’acqua, la sabbia, le impronte della volpe, i cauri, rivolgendosi all’altra dimensione, a quello che noi chiamiamo invisibile (perché noi non sappiamo vederlo, ci spiegano gentilmente). Il terapeuta, come l’essere umano ferito che gli sta di fronte, non conosce la risposta, ma può mediare tra mondi diversi, scoprendo e riparando cosa porta la malattia, dove l’ordine è stato turbato colpendo la persona più fragile, meno protetta, o che casualmente passava in quel luogo.
Durante questa pratica, che è una straordinaria forma di preghiera perché accompagnata da invocazioni e parole sacre, viene instaurato lo spazio del sacro, viene aperta la realtà religiosa della vita, che mette in correlazione tutti gli spiriti presenti e ne coglie le “corrispondenze”. Era questa una definizione cara a Paracelso, il grande medico ed eccelso guaritore nato alla fine del 1400, che considerava tutti gli elementi del cosmo come enti, dalle stelle del cielo ai metalli racchiusi nel ventre della terra, dalle erbe agli animali fino alle malattie. Queste non si potevano curare come elementi del corpo o ancor peggio come corpi estranei, ma come elementi spirituali e viventi, imparentati con gli arcani della natura e del cosmo.

Patrizia Gioia. E ora tocchiamo un tema perturbante nel suo doppio volto o, come dice Rilke: “del bello il terribile è l’inizio”. La forza che vive nell'incolto, nella notte (così definita dalla cultura dei Dogon) potremmo dire che è la stessa forza che vive in quello che noi abbiamo chiamato inconscio? O potremmo descrivere delle differenze tra queste due esperienze? Potresti dirci cosa significa “cadere in trance”?
E a queste forze, al personale mito, pensi che ancora l’uomo occidentale possa attingere?

Giulia Valerio. Il mondo della notte e della brousse, dell’incolto e della natura selvatica è il regno del sogno, della visione, dell’incontro con presenze altre, interiori o esteriori che siano. Noi lo abbiamo “precipitato” nell’inconscio, quindi nell’ignoto e nel non conosciuto, immaginando che stia in qualche modo sotto di noi. Diversa è la relazione, la collocazione in altre civiltà: è il mondo accanto, dei “vicini di casa”, dei “proprietari” dei luoghi che noi, effimeri inquilini, abitiamo. La forza e l’impatto di questa diversa geografia degli spazi comporti una grande differenza, anche se l’energia originaria è probabilmente la stessa. Con queste presenze è sempre possibile una negoziazione, mentre ciò che viene relegato nell’ombra può assumere proporzioni terrificanti e incontrollabili, proprio per la mancata possibilità di rapporto, di timore e rispetto.

Altrove l’essere umano si muove con attenzione e circospezione in un mondo animato e popolato di voci e di segni, che possono guidarlo e indicargli la strada oppure sviarlo e distruggerlo come gli incanti delle sirene. In noi occidentali sono divenuti gangli della nostra psiche, con cui facciamo i conti solamente nella malattia, se si presentano come sintomi o elementi di disturbo; obiettivo di molte terapie è quello di espungerli, di tacitarli nelle sedazioni, di eliminarli del tutto, in una prometeica quanto impossibile pretesa. La cura più diffusa nel nostro pianeta per quanto riguarda la “follia” è la trance, il rituale che ha cura della possessione; durante queste pratiche la musica chiama, invoca lo spirito che abita la persona. Questi si presentifica e viene riconosciuto, nominato, successivamente venerato e addolcito con libagioni, profumi, con i cibi che preferisce. Il sistema di cura è in genere l’adorcismo e non l’esorcismo: la persona viene affiliata a quello spirito, ne diventa adepto e parteciperà alle feste in suo onore. D’ora in poi solamente in quelle occasioni verrà posseduto, riconquistando gli altri giorni dell’anno serenità ed equilibrio. Vi sono delle stupende testimonianze di queste pratiche terapeutiche nei documentari di Jean Rouch, che inaugurano il cinéma-vérité.
Lo psichiatra Stan Grof ha fatto conoscere in Occidente la potenza di questi rituali nella respirazione olotropica, in cui si sperimenta uno stato non ordinario di coscienza con l’aiuto della respirazione e della musica. Si compie un viaggio di rinascita attraverso gli elementi; altre pratiche invece ripercorrono il viaggio sciamanico che passa dal distacco alla malattia e la morte, fino al risveglio e al nuovo contatto nuziale con le presenze che incontriamo e che ci abitano.

A proposito della dimensione archetipica dell’esistenza, di cui mi chiedi, la psicologia del profondo sostiene che senza il riconoscimento del proprio mito personale non si hanno radici, non si hanno relazioni né con il passato né con il presente, nemmeno ci si nutre come gli altri esseri umani, ma si “vive una vita a sé”, irretiti da un sistema malato e indigesto, in cui l’anima si perde e non fa ritorno. È interessante notare come il nostro mito non sia quello che sceglieremmo, quello che prediligiamo: ci viene indicato dai sogni, emerge dal sapere della notte e da quell’entità che potremmo abituarci a chiamare il “diversamente conscio” invece che inconscio, come dice l’amico Bob Mercurio, perché dotato di una intelligenza propria e assai più lungimirante. È spesso una vera sorpresa, a volte amara ma sempre illuminante, scoprire la mappa del nostro destino e la stella che lo guida, una cometa che non illumina palazzi né nature incontaminate, ma un umile luogo abbandonato da tutti, in una grotta segreta, perché solo lì può rinascere qualcosa di nuovo, come nel nostro Natale appena trascorso.

Patrizia Gioia. Lévi-Strauss confronta la psicanalisi con la cura sciamanica del centroamerica a base di canti per manipolare psicologicamente l’organo malato e giunge alla conclusione che l’una e l’altra concordano nel provocare un’esperienza ricostruendo un mito che il malato deve vivere e rivivere, ma che la psicanalisi non ha la realtà sociale di cui gode lo sciamano o il poeta, sebbene sia chiaro che l’incantesimo agisce perché si vale della persuasione irradiante di una avvenimento simbolico, espresso in ogni sua parte in un linguaggio simbolico: la psiche afferra tali simboli grazie alle qualità rappresentative inerenti alla parola, alle associazioni di idee, all'attrazione mimica e alla suggestione del ritmo, della voce e anche del canto, qualità che noi valutiamo come artistiche o poetiche e non ancora terapeutiche.
Questa realtà sociale di cui la psicanalisi più non gode, potrebbe essere una perdita che anche le altre culture patiranno?
Potremmo dire che il nostro Occidente è riuscito nella sua globalizzazione a colonizzare tutte le altre culture? Oggi non si parla solo di genocidio, ma di ecocidio. Che cosa ne pensi?

Giulia Valerio. La tua domanda viene posta molto frequentemente quando si racconta di altre civiltà e di altri modi di attraversare la nostra permanenza su questo piccolo pianeta. Da un lato è vero che l’uomo bianco viene considerato un predatore, un essere estremamente inquieto che ha perso i suoi avi e le sue dimensioni sacre, per cui è costretto a continue conquiste e razzie, che vuole imporre cose tanto estranee quanto pericolose come la scrittura, la propria religione e il proprio cibo (e offendere credenze e nutrimento, mi disse un missionario, significa calpestare l’anima dei popoli e preparare una rivolta). D’altro lato noi occidentali (e non so ancora bene perché) ci crediamo il meglio dell’umanità, i più progrediti, la punta di diamante della creazione e nello stesso tempo ci riteniamo capaci di distruggere la natura e gli altri e di dilagare, annientando quello che tocchiamo. Singolare paradosso, ma sempre basato su una presunzione di onnipotenza.

Ho scoperto (ed è una verità sommersa) che almeno metà del pianeta vive senza elettricità: ogni tecnologia lì è impossibile, sia per questo fatto che per il clima. Ho visto pannelli solari bruciati dalle intemperie e ormai simili a quadri astratti, pale eoliche gettate a terra contorte come serpenti; ho dovuto gentilmente declinare generosi invii di computer (usati e per noi obsoleti) per le scuole e gli ospedali africani, perché semplicemente inservibili in strutture di costruzioni di argilla che ogni anno devono essere intonacate di nuovo per la furia della stagione delle piogge, senza prese elettriche, interruttori e luce.
Inoltre, i beni materiali e il progresso tecnologico non sono così desiderati da tutti; ricordo la risposta di un uomo saggio, il capo della Società delle maschere di Sanga che ha compiuto molti viaggi e lunghi periodi di permanenza in Europa. Gli si chiese, come sempre, se i loro figli non si sarebbero lasciati comperare dalla cultura occidentale; se si lasciano sedurre, disse, non è colpa dei bianchi ma di noi genitori che non abbiamo saputo educarli bene. E questo fenomeno è universale, aggiunse: se i figli seguono strade cattive, significa che le radici non sono salde, fortificate dalle buone parole dei familiari e dai consigli degli antenati.

Patrizia Gioia. L’illuminismo ha creato l’individuo, questa monade isolata che può e deve superare ogni limite. Qualcuno di cui non ricordo il nome, ha giustamente detto che la modernità è apostasia, ha scelto il primato dell’economia (la Lupa di Dante: l’accumulo) il primato dell'ineguaglianza, depredando l’essere umano di diritti, doveri e dignità. La tecnocrazia imperante sta tentando – riuscendoci – a ridurre l'umanità in una nuova schiavitù. La robotica sta tentando di dare coscienza alla macchina.
E l’essere umano? Questo mediatore tra terra e cielo che fine farà?
Nel bel libro Guaritori di follia, nel 1994, l’autore Piero Coppo, così descrive il popolo africano:

Il loro mondo è pieno, c’è continuità tra i viventi, chi li ha preceduti e quelli che verranno; tra umani, piante e animali; tra creature naturali e spiriti. Lo spazio attorno non è vuoto, ma abitato; i movimenti dell’aria, le ombre nascondono presenze. La persona è immersa in un fluire che collega tempi e luoghi, è nodo di una rete, non individuo isolato, racchiuso in uno spazio isolato…
Non c’è stata in Africa la rivoluzione dell’Illuminismo, né la separazione tra corpo e anima, né il dominio del capitalismo che spezza legami e solidarietà in nome della competitività, della circolazione, dell’equivalenza. Le persone si costruiscono altrimenti, con altri tempi e modi. La loro identità è legata al gruppo più che all’Io singolare. Per questo è bene non differenziarsi troppo dagli altri. È nell’essere insieme la forza che permette di sussistere in un mondo così difficile. La cura della malattia ha la stessa qualità: coinvolge sempre il gruppo. Non usa tecniche isolate, ma un approccio indiviso, a volte duro, che non conosce distanza tra guaritore e malato.

Sono passati più di 25 anni da quel libro, è ancora così o anche in Africa la tecnocrazia ha compiuto il suo compito?

Giulia Valerio. Piero Coppo, con Lelia Pisani, è stato l’amico che mi ha invitato conoscere il paese dei Dogon e il “meraviglioso” africano, che sa descrivere nei suoi testi in modo fedele e poetico. È proprio così: questo mondo è identico a se stesso da molto tempo, è ancora quello che si vede nei filmati di Griaule o di Jean Rouch di quasi cent’anni fa. Tutto è collegato, come in una tela immensa dove se si tocca un filo vibra tutto l’insieme. È vero che ora ci sono i cellulari, ma vengono utilizzati in modo molto diverso dai nostri: creano e rinforzano relazioni, tengono vicino il lontano e inviano a noi, in questo tempo, preghiere e protezioni per l’epidemia di Covid. È vero che c’è un piccolo coraggioso ospedale accanto alla nostra casa, con cui collaboriamo, che funziona senza rete idrica e rete elettrica: un piccolo generatore serve la sala operatoria e le cisterne sul tetto garantiscono l’acqua; i nostri strumenti diagnostici non funzionano, eppure i medici, gli infermieri e le levatrici riescono a operare con grande efficacia e maestria.

La salute però è curata soprattutto dai guaritori, per mancanza di denaro. Una famiglia non vedrà in tutta la sua vita una somma equivalente a 20 euro; il guaritore non viene pagato, non può essere pagato, pena la perdita dei suoi poteri e dei suoi saperi. Viene ricompensato con un dono, secondo le possibilità del malato. In un testo successivo, e davvero bellissimo, Negoziare con il male, Piero Coppo descrive l’apprendistato del medico tradizionale, che dura circa 25 anni e passa attraverso terribili iniziazioni, che aprono varchi nel corpo e nella psiche dell’essere umano, rendendolo capace di frequentare il mondo della notte, del disordine e delle potenze per riportare ordine nel mondo del giorno, per curare dissidi e malattie, pericoli e contagi.
È stata ed è una continua sorpresa constatare come i collegamenti e la contiguità tra visibile e invisibile sia attualmente viva anche negli ospiti (parola forse inadatta, visto il nostro stile di accoglienza) che arrivano da altri continenti; un carissimo amico fraterno proveniente da Addis Abeba disse un giorno, durante una formazione che conducevamo insieme, che gli africani hanno “l’istinto delle benedizioni”, e che sopravvive al viaggio attraverso il deserto e il mare soltanto colui che porta sulle spalle molti antenati.

Patrizia Gioia. Un altro tema assai delicato è la manipolazione della materia che la nostra civiltà imperterrita continua a compiere. Nessuna sacralità, la materia è per noi un inanimato oggetto di dominio.
Puoi dire qualcosa di questa desacralizzazione della materia, c’è in altre culture?

Giulia Valerio. Ogni oggetto viene creato con un rituale preciso: all’albero o alla pietra che si utilizza vengono rivolte invocazioni e offerte, si consultano le costellazioni e si sceglie la stagione e l’ora del giorno; durante la manipolazione della materia vengono pronunciate molte parole. Il tessitore racconta ai fili della tela molte storie, e la sua saliva, sperma generativo, li inumidisce e li predispone all’incontro tra trama e ordito; le piroghe vengono costruite con particolari promesse ai geni dell’acqua, e così via. I pochi oggetti industriali vengono reinseriti, eventualmente, in questo sistema, salutati e presentati agli invisibili, santificati dal loro uso individuale. Tutto è talmente differente che ho potuto comprenderlo solo nel tempo, perché agli inizi (e me ne sono accorta anni dopo) mi muovevo come un elefante in un negozio di porcellane preziose.
Abbiamo accolto per qualche giorno un ospite gambiano in casa: bussava alle porte delle stanze per noi vuote chiedendo il permesso di entrare, si lavava le mani utilizzando l’acqua in modo diverso, parco e sacro; se veniva servito un cibo a lui sconosciuto, chiedeva a lungo cosa fosse, dove vivesse quell’animale o dove crescesse quel frutto, se in clima caldo o freddo, per conoscerne e rispettarne le proprietà.
Stare accanto a queste persone, avere uno sguardo capace di coglierne le sfumature e di capirle senza sufficienza o distrazione apre la via del cuore.

Patrizia Gioia. Grazie cara Giulia di questo intenso dialogo, di queste immagini così suggestive che ci hai offerto, un mondo altro al quale poter nuovamente attingere per riprenderci il perduto, quella memoria simbolica che dovremmo risvegliare in noi. Come saluto ti pongo un’ultima domanda che verte sullo spirito della parola, la parola che cura. Nel nostro dialogo è stata presente in filigrana la qualità terapeutica della parola, che nella nostra attività di poetry therapy possiamo continuamente sperimentare: una parola che aiuta a sanare ferite invisibili, a portare vita là dove sembrava che la vita avesse esaurito la sua energia. Ti sono grata se puoi raccontarci la tua esperienza in merito.

Giulia Valerio. Cara Patrizia, grazie a te per questa con-versazione che è stata un versare insieme le nostre reciproche sensibilità ed esperienze. Nei luoghi dell’altrove dove sono stata, la cura passa attraverso la parola, una parola affettiva, relazionale, attenta, che parla soprattutto a ciò che sta intorno: parla agli elementi che interroga, agli antenati e agli spiriti, i “geni” (da djinn) che stanno nella persona o intorno a lui. La parola collega, stratifica, si rivolge (noi diremmo) a tutti gli strati della psiche, da quelli archetipici a quelli più personali. Il guaritore e la guaritrice sanno ascoltare ogni voce e leggere ogni segno: il linguaggio degli uccelli, le voci degli animali, il vento, lo stormire delle fronde, il canto delle stelle, l’acqua! Sa leggere il cammino delle nuvole, i disegni del sole tra le foglie, la disposizione della mandria a seconda della pezzatura del manto: per lui tutto è segno e linguaggio. In consultazione un signore nordafricano vedendo al centro del tappeto una ciotola d’acqua mi chiese a bruciapelo: sai capirla? La ascolti? Io risposi di sì, ma che non sapevo parlarle. Io sì, mi sorrise il rifugiato, e fece alcuni esempi.

È questa la parola che ricrea i collegamenti spezzati, sutura i lembi delle ferite, raccoglie i frammenti di una mente dispersa perché sa parlare all’anima e ai guardiani invisibili che ci stanno intorno e ci proteggono.

 


 

azzurra d agostinoPatrizia Gioia, designer e poetessa, cofondatrice di Mille Gru (2006), è responsabile del settore arte e cultura di Fondazione Arbor, che ha avuto come primo presidente Raimon Panikkar. Opera per diffondere il dialogo inter/intra culturale e religioso, organizzando giornate di lavoro e incontro con studiosi di fama mondiale. Membro di ARPA ( Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica ) scrive libri di poesia e articoli per riviste e giornali web, rivitalizzando il pensiero mistico simbolico al crocevia tra oriente e occidente. Nel 2000 fonda SpazioStudio13 a Milano, luogo di incontro e confronto.
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azzurra d agostino

Giulia Valerio, psicoterapeuta junghiana, vive e lavora a Verona ed è socia analista ARPA e IAAP. Dal 1995 è membro del Direttivo, docente di Psicoterapia analitica, di Etnopsicoterapia e supervisore presso Li.S.TA, di cui è attualmente Presidente. È co-fondatrice di Metis, centro di ricerca e formazione permanente. Ha svolto viaggi di ricerca presso la popolazione dei Dogon in Mali.  È autrice di diversi saggi, tra cui: Myths, migrants and movements of the soul, Guild of Pastoral Psycology 2018; Violenza, alterità e amore, e Viaggiare: un incontro con l’alterità radicale, in «Giornale storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura» 2018 e 2019.

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