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Poetry Therapy Italia

casiraghy 39

Dietro i tanti percorsi di poesiaterapia e non solo che sono raccolti in questo numero, ci sono volti e storie di bambini, adolescenti, adulti e anziani che, nelle scuole, nelle carceri, nelle corsie degli ospedali, hanno molto da raccontarci e insegnarci. Leggerli significa incontrarli e darsi l’occasione di arricchire di molto sia la nostra mescola di carne e spirito, sia questo nostro breve viaggio che chiamiamo vita. Una vita-Itaca che, come dice Kavafis, al di là di come si presenta, vale sempre tanto visto che ci “ha dato il bel viaggio”.

Con il gessetto traccio una linea azzurra sull’asfalto e la percorro come se camminassi su un declivio. Alla mia destra c’è la valle coltivata del mondo pre covid e alla mia sinistra c'è la valle ancora tutta da coltivare del mondo post covid. La valle del pre covid è verdeggiante solo in alcuni, isolati, tratti. Si presenta come una terra contrastante, a tratti brulla e grigia, con diverse zone depresse; zone che il covid non ha fatto altro che allargare a macchia d’olio.

In effetti, se c’è una peculiarità che questo virus può vantare è quella di elevare in modo esponenziale i nostri pregi e difetti in quanto individui e in quanto società. E così anche quegli studenti e quelle studentesse che a scuola presentavano o nascondevano solo delle piccole difficoltà, in tempo di pandemia, si sono ritrovati invischiati nelle ragnatele di una inascoltata sofferenza psichica ed emotiva. Nel giro di un anno di covid, piccole e grandi difficoltà si sono spesso trasformate in voragini; le voragini in precipizi. La poesiaterapia è una pratica che, attraverso la poesia, aiuta a trasformare i precipizi in nuovi inizi, aiuta a smascherare i propri precipizi non vedendoli più come cadute negli inferi, ma come vie luminose di guarigione. La poesiaterapia insegna le vie segrete delle ferite. Come canta Samuele Bersani in Pesce d’aprile: “È sempre bellissima la cicatrice / che mi ricorderà di essere stato felice”.

Durante la pandemia è come se la crosta terrestre si fosse spaccata e noi ci stessimo attrezzando, non solo per camminare tra le crepe ma anche per camminare nelle crepe. Il conto in rosso che apriamo con le nostre paure, fin dalla nascita con il primo strillo, ha scosso con i suoi fendenti ognuno di noi, ma nel contempo questa paura non ha portato solo sciagure: ci ha anche uniti visceralmente. Questa comune lacerazione con la vita passata ha reso l’intera umanità coesa. Dobbiamo guardare e trasformare questa disgrazia nella nostra più grande occasione di rinascita, di presa di coscienza di noi stessi. Per la prima volta gran parte dell’umanità è costretta a volgere il proprio sguardo all’interno di se stessa e non più all’esterno della mescola.

Da questa consapevolezza può nascere un coraggio non più di pochi individui – a cui a seconda della convenienza conferiamo o togliamo il titolo di eroi – ma di un coraggio non eroico, comunitario, ben radicato. “Costruire una strada” – scrive nel libro Parole in cammino, Sabino Chialà, monaco della Comunità di Bose – “è forse il dono più bello che un uomo possa lasciare in eredità alla terra”. Certamente è così se questa nuova strada unisce e porta del bene, non solo agli esseri umani, ma a tutto il pianeta.

Affinché questo possa accadere occorre una rivoluzione che abbia un impatto sociale e planetario su larga scala. Occorre quindi non solo un piano finanziario di potenziamento significativo del sistema sanitario e scolastico ma una nuova visione di questi due sistemi che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), di recente varato dal governo italiano, disegna solo in parte e di cui per ora non abbiamo nemmeno il sentore, dato che l’unica terapia nazionale di massa riscontrabile ad oggi, si riduce alla politica dei vaccini.

All'interno di questo quadro generale di riforme dettato dal Recovery plan quale contributo può dare la poesiaterapia?

Certamente sono maturi i tempi per la nascita di una Federazione Italiana di Biblio/Poesiaterapia, la cui fondazione non è più procrastinabile. Occorre quanto prima un ente analogo alla IFBPT (International Federation for Biblio/Poetry Therapy) statunitense, che strutturi e certifichi la formazione e il codice deontologico di un biblio-poetaterapeuta. Mille Gru sta lavorando per il raggiungimento di questo obiettivo fin dal 1° febbraio 2020. Infatti, anche le riviste, e non solo gli esseri umani, sono in cammino. La mission principale di Poetry Therapy Italia, da allora, è quella di far riconoscere la poesiaterapia e il poetaterapeuta a livello nazionale, poiché siamo certi che questa arte terapia e i suoi operatori abbiano già percorso tanta strada e siano in grado di offrire moltissimo, in termini di aiuto e sostegno alle singole persone, come ai gruppi, a intere comunità, alla medicina tradizionale, alle altre arti terapeutiche, alla Natura.

Un segnale molto confortante, che si muove nella giusta direzione, arriva dall’Università di Verona, dove per la prima volta in Italia è partito un corso di aggiornamento di Biblioterapia a opera di Marco Dalla Valle:

La biblioterapia è uno strumento che può risultare particolarmente utile in questo periodo storico caratterizzato da isolamento e paura: l’uso della lettura personale per il benessere e l’incontro in gruppo, anche online, rappresentano una risorsa importante per affrontare il momento difficile che stiamo affrontando. Questo particolare tipo di terapia, infatti, può essere usata per promuovere la salute attraverso i libri e può essere utilizzata sia da professionisti medici, sia da insegnanti, filosofi, bibliotecari, infermieri, counselor, operatori sociali, educatori e operatori della riabilitazione.

“La salute”, ovvero il bene basilare più importante che l’uomo possa ricevere in vita, non è mai stato un vero caposaldo strutturale della scuola statale. Forse il malessere dilagante, già prima del covid e lo stato restrittivo-contenitivo del periodo pandemico, hanno mostrato quale dev’essere l’identità della scuola futura. La conoscenza e le pratiche artistiche svolgono pienamente il loro ruolo nel momento in cui ci fanno crescere in consapevolezza e armonia in quanto singoli di una comunità. La scuola svolge al meglio il proprio ruolo nel momento in cui fornisce ai discenti pratiche valoriali, saperi e strumenti per vivere in salute: salute fisica, emotiva, mentale, spirituale. Non si dovrebbero nella scuola gettare le basi per la trasformazione di un essere umano in essere eufonico? Non a caso il poeta Giovenale invitava a pregare gli dei, affinché si ricevesse il dono più importante: una mens sana in corpore sano.

Perché sempre più la scuola insiste nel formare studenti e studentesse imbottiti di informazioni e pseudo competenze che però, al primo soffio di dolore, crollano a terra?

Perché si insiste nel formare e reclutare insegnanti basandosi su concorsi inadeguati o formando docenti senza tener conto in alcun modo della loro preparazione e capacità empatica e relazionale?

Perché la scuola non insegna ai propri discenti a stabilire prima di tutto una connessione stabile e virtuosa con se stessi e gli altri?

Può una società che promuove la sanità dei propri cittadini permettersi di avere una classe docente così impreparata nell’aiutare e sostenere la crescita e la formazione di bambini, preadolescenti e adolescenti?

Insegno dal 1996 e posso testimoniare che molti di noi si sono adoperati allo stremo, pur con tutti i propri limiti, nel far fronte al meglio a questi sedici mesi di pandemia, ma non posso non registrare che esiste un oggettivo gap dell’ethos politico tra docenti e medici. Una spia di questo gap etico la si può individuare nel fatto che ad oggi la classe docente, a differenza dei medici, non possiede un codice deontologico, nonostante al pari dei medici tutti i giorni si operi, anche se su piani diversi, con bambini, preadolescenti, adolescenti… Nel momento di difficoltà è risultato evidente chi il mestiere di insegnante lo fa per passione, vocazione, senso etico, e chi lo ha scelto come ripiego, perché garantisce uno stipendio sicuro a fine mese. E chi ne paga le conseguenze? Certamente i discenti. Quegli insegnanti analfabeti sul piano relazionale, che in tempi di pre covid hanno creato danni, in tempi di pandemia hanno generato disastri sui discenti e, a volte, anche su loro stessi.

Se il sistema scolastico è iper burocratizzato e gli insegnanti anziché dedicarsi alla formazione dei loro discenti sono costretti a impiegare gran parte del loro tempo a compilare carte che, nella stragrande maggioranza dei casi, non leggerà nessuno e non serviranno a nessuno, chi pagherà il conto di questo sistema? Nel breve termine formatori e discenti; nel lungo termine tutta la società.

E potrei andare avanti a elencare ragioni, per pagine e pagine, ma la conclusione sarebbe sempre la stessa: l’attuale sistema scolastico è un malato che nuoce gravemente alla salute mentale di chi ne fa parte.

Ecco allora chiaro che riforma sanitaria e riforma scolastica dovranno risuonare l’una nell’altra come mai si era fatto prima, e che la salute rappresenterà il loro ponte di collegamento; da qui, a cascata, risulteranno imprescindibili come principi la prossimità, l’inclusività, il deantropocentrismo… Occorre dismettere definitivamente l’idea di scuola ridotta per troppi decenni a mero luogo di trasmissione e valutazione di saperi somministrati. Contro certo trasmissivismo vale la pena riconsiderare con grande attenzione, alcuni metodi pedagogici di grandi attiviste e poeti italiani del Novecento.

Si vedano per esempio: il metodo Montessori, che segue il bambino favorendo la libera scoperta di sé; il metodo delle sorelle Agazzi, che concepisce la scuola come una famiglia accogliente; il “metodo” del maestro e poeta Enzo Bontempi, che tra il 1957 e il 1963 ha ideato e promosso percorsi di formazione e crescita ponendo in relazione i bambini con poeti e artisti contemporanei; il metodo di Danilo Dolci, poeta ed esponente principe della non violenza, noto per il suo metodo maieutico, determinato dal suo impegno sociale, in cui educatori ed educati si muovono in un rapporto paritario, dove i tutti i soggetti sono chiamati ad essere costruttori attivi, nel comune intento di crescere reciprocamente attraverso la soluzione di problemi che man mano la vita presenta.

Ma si prenda anche ispirazione da una serie di Manifesti sul rinnovamento della scuola che in tempi recenti si sono moltiplicati.

Il Manifesto per una scuola della felicità di Lello Voce, che a mio avviso è tra i manifesti “per una nuova scuola” il più coraggioso per visione utopica, ma anche il più sensibile rispetto alla reali esigenze dei discenti: “1) La scuola dev’essere un luogo in cui ci si reca per essere felici. Tutti. Allievi e insegnanti. Una comunità di pari in cui ciascuno dà secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni. Questa Scuola della felicità bada prima di tutto al benessere degli allievi e degli insegnanti, perché sa che nulla può essere davvero appreso o insegnato se si è tristi, frustrati, intimoriti o costretti.”

Penso anche al più recente Manifesto per una nuova scuola il quale, seppur recuperando un’idea di scuola pre riforma Berlinguer e nonostante risulti povero di idee radicali veramente coraggiose, ha quantomeno il merito di identificare “la scuola come luogo della relazione umana e del rapporto intergenerazionale” .

Manca nella scuola l’insegnamento di utilizzare “tenerezza e fragilità come tensione a esistere” (Alice Rivières), che si proponga quale alternativa a un’idea di scuola appiattita sulla performatività finalizzata al successo individuale. In questo senso risultano molto apprezzabili tutti quei tentativi di strutturare un Manifesto della scuola gentile a partire dal libro Biologia della Gentilezza. Le 6 scelte quotidiane per salute, benessere e longevità di Daniel Lumera e Immaculata De Vivo. Nel testo si ribalta “l’errata interpretazione del pensiero di Darwin. Si evolve il più adatto, ma non nei termini di forza fisica. È finita l’era dell’ego competitivo. Abbiamo bisogno di una rivoluzione delle coscienze. Una rivoluzione gentile, di carattere femminile, che riguarda anche gli uomini”.

Dice Lumera: «Scriveva Platone oltre 2000 anni fa: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.” Per questo, nonostante i tempi difficili che stiamo affrontando e che vedono diffondersi gesti di rabbia collettiva, dobbiamo appellarci all’antico quanto sempiterno valore della Gentilezza, necessario oggi più che mai come emblema di un modo di vivere cooperativo e non competitivo, basato sull’empatia, sull’interconnessione e sul perdono. Gentilezza verso se stessi e verso gli altri per continuare a nutrire un circolo virtuoso inarrestabile, che ci racconta di una nuova Italia Gentile e di una reale Biologia della Gentilezza quale risposta che unisce scienza e coscienza per un tangibile impatto sociale».

Gesta d’eroi cantava, molciva con esse il suo cuore,
uno dei versi omerici dell’Iliade che più ha ispirato la nascita della paideia greca, la quale designa l’ideale di educazione e formazione globale di un uomo, mi colpisce non tanto per il modello moraleggiante assunto, le “gesta d’eroi”, quanto per l’effetto-finalità ottenuto: “molciva con esse il suo cuore”. Molcere, ovvero lenire, placare, toccare dolcemente, questo fa la gentilezza.

Ogni volta che non ho agito empaticamente, con la necessaria gentilezza, l’ho fatto per stupidità. Purtroppo, dopo cinquant’anni di vita, prestando molto attenzione a ogni pensiero e azione quotidiana, sono arrivato alla conclusione che agire stupidamente capita a tutti noi, ogni giorno e di frequente. Teniamo allora sempre a mente questa poesia di Konstantinos Kavafis (traduz. Sabino Chialà):

E se anche non puoi farla la tua vita come vuoi,
questo cerca almeno
per quanto puoi: non la svilire
con la troppa familiarità con il mondo
con i troppi moti e discorsi.

Non la svilire portandola
in giro spesso ed esponendola
ai rapporti e alle frequentazioni
della quotidiana stupidità,
così che diventi come una noiosa estranea.

Il rischio più grande è diventare estranei a se stessi, deportati nelle regioni più stupide di noi stessi. Chi insegue l’illusione di ritrovare la normalità di un tempo ha già imboccato la strada di un labirinto dal quale non uscirà. Il mondo pre covid che conoscevamo non c’è più, né ci sarà più. Il passato, brutto o bello che sia, non torna.

Dalla statuaria egizia, che ha influenzato la concezione dei kouroi greci che accennavano a un leggero passo avanti, all’uomo in cammino di Giacometti e Boccioni, la vera evoluzione non sta nel correre sempre più veloci, ma nello stabilire una sempre più robusta e radicata connessione con la nostra essenza. Questa continua nostra corsa centrifuga con la marcia in folle finisce con il disarcionare l’anima dal corpo. Il risultato è un’accelerazione esponenziale della depressione e dei processi dissociativi.

La normalità sociale muta nel tempo, di cultura in cultura, muta il concetto stesso di normalità. Quando comprenderemo il fatto che ognuno di noi, in misura diversa è o sarà portatore di questo virus, che ognuno di noi è, non potenzialmente ma di fatto, un po’ schizofrenico, un po’ depresso... allora cesseremo di stigmatizzare il virus, così come le persone “anormali”, quelle che dissentono, quelle che nuotano “in direzione ostinata e contraria”; e avremo spazio sufficiente per accogliere tutti per ciò che ognuno è. Nessun distanziamento fisico e mentale ci aiuterà a diventare esseri umani migliori: per vederci per ciò che siamo occorre un distanziamento da noi stessi che ci permetta di liberarci dalle nostre identificazioni, come direbbero i grandi maestri di Yoga. Essere unità nell’inclusività. Questa è la nuova, autentica normalità, che dovremmo acquisire.

La rigorosa disciplina normativa a cui per un certo periodo, a seconda della pena da scontare, sono sottoposti i detenuti di un istituto penitenziario è caratterizzata, come nel periodo pandemico, da restrizioni in termini di libertà. Nelle numerose esperienze laboratoriali/scolastiche in carcere raccontate in questo numero da Silvia Rosa, Antonetta Carrabs, Francesco “Kento” Carlo e Franco Mussida, possiamo cogliere continue analogie tra le condizioni di vita nelle case circondariali e la condizione di isolamento vissuta in questi mesi da tutti noi, a cominciare dalla propria casa percepita non più solo come luogo di riparo ma anche come cella. Chi fra noi ha sfruttato al meglio questo tempo di libertà perdute ha preso coscienza di quanto in realtà non fossimo semplicemente “detenuti” dentro le nostre case, ma di quanto già prima dell’arrivo del covid ci fossimo imprigionati fuori da noi stessi.

Entrare nella casa degli altri e nella vita degli altri è diventato facilissimo, ma l’accesso al nostro sé si è complicato, moltissimo. La poesia in quanto porta magica (D’Agostino) ci viene ancora una volta in aiuto, favorendo balzi decisivi nell’inconscio.

Nel precedente numero Guenda Bernegger ci ha ricordato che “I nostri modi di raccontare il mondo formano altrettante esche per le sue metamorfosi” e Gabriele Marciano ha sottolineato che “per dare una prospettiva diversa, sia necessario passare attraverso una metafora d’invenzione”.

La metafora dell’imbracciare il fucile per combattere la guerra contro il virus pandemico ci restituisce una verità del tutto parziale, che si dimostra totalmente fuorviante. Noi siamo l’abitazione ideale, fin dalla nostra nascita, di un’infinità di virus: più siamo dinamici nei movimenti e più il virus si muoverà veloce e risulterà difficile da addomesticare. Dunque facciamolo per noi, per gli animali, per il pianeta, rallentiamo, stiamo fermi e al contempo vivi, vivi nel senso di vigili con la mente e il corpo: siamo noi i mezzi di trasporto di questo virus.

Non dobbiamo, come scrive Rumi, avere fretta:

Il tuo cuore ti condurrà verso il tuo cuore
La tua anima ti accompagnerà alla tua anima
Non avere fretta di liberarti dal dolore,
sarà lui stesso ad indicarti con quale rimedio curarlo

Ma nemmeno, come dice Rilke, agire in ritardo:

Perché non c’è sentiero che riporti
indietro. Tutto spinge
fuori, e la casa che si aprì in ritardo
resta vuota.

Siamo fragili e mortali: questo virus, per sedici mesi, ce lo ha ricordato tutti i giorni. L’illusione che tra le nostre quattro mura siamo al sicuro, rappresenta solo un modo per rivitalizzare la nostra illusione di immortalità. La consapevolezza di avere un tempo limitato dev’essere profonda. Per far sì che ogni secondo della nostra vita non venga gettato al vento ma valorizzato, è importante “fare intensamente”, ma ancor di più lo è “non fare intensamente”.

La scuola in DAD (Didattica A Distanza) tra le mura di casa ha favorito la coltivazione di relazioni intense? No, ha reso gli studenti più monadi di classi che non sono diventati gruppo. Basta vedere la crescita abnorme, specie tra gli adolescenti, del fenomeno hikikomori. La grande pressione della società giapponese e occidentale verso la fantasticheria, del tutto illusoria dell’autorealizzazione individualista, alla quale veniamo sottoposti fin dall’adolescenza, mostra quanto sia facile nell’età in cui si è crisalide finire nelle spire dell’alienazione. Per dirla con Goya: “La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei invece è madre delle arti e origine delle meraviglie.” Per dirla con un controcampo: la sola ragione priva di creatività, genera incubi altrettanto mostruosi. Ne è la dimostrazione la scuola di oggi, che sempre più fa ammalare di ansia, depressione, attacchi di panico... divorando i propri figli.

È ora di invertire la rotta. E uscire, come Dante dopo aver visto l’Inferno, Nel chiaro mondo (...) a riveder le stelle.

Questo numero testimonia che si può.


 

Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, editore, è uno degli autori italiani più attivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa e la poetry therapy. È stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha formato e dirige artisticamente il gruppo di ricerca Mille Gru di Monza (2006), poi costituitosi in associazione (2007), casa editrice (2008) e gruppo curatore della rivista Poetry therapy Italia (2020). Ha fondato con Simona Cesana PoesiaPresente LAB, scuola di poesia (2020), sempre gestita da Mille Gru. Ha ideato, cofondato ed è stato Presidente della LIPS, Lega italiana poetry slam. Come critico e studioso ha pubblicato Guida liquida al Poetry slam (Agenzia X, 2016) e ha tradotto con Sara Rossetti Poetry Therapy. Teoria e pratica di Nicholas Mazza (Mille Gru, 2019). Le sue pratiche di poesia terapia si sono sviluppate dal 2009 in Italia e all’estero, negli ospedali di Lecco, Milano, Lugano, il Coesit di Melbourne, in collaborazione con l’Hospice di Monza e presso altri enti. (Foto Dino Ignani)
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