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Poetry Therapy Italia

23 marelli

Una ricognizione della scrittura poetica di Franco Arminio che vuole mettere in risalto l’importanza della natura nella sua produzione. Una natura che cura quando lo sguardo dell’uomo la riscopre e la recupera nei suoi poteri; temi che trovano sbocco, anche programmatico, nella raccolta La cura dello sguardo, pubblicata nel 2020.

Lo sguardo di Franco Arminio sul mondo è, da sempre, uno sguardo attento alla natura, ai paesaggi, al rapporto indissolubile che mette in contatto l’uomo con ciò che lo circonda, ma il suo non è mai uno sguardo fermo. Non si tratta del punto di vista di chi osserva da una posizione che si possa presumere neutra o distaccata. La poesia di Arminio è un modo di stare nel mondo: ci parla della consapevolezza di essere parte di un tutto in continuo divenire. Non c’è pretesa di assolutezza. Perché l’esperienza umana è costantemente inserita nel contesto naturale che ci avvolge e risente delle continue evoluzioni, che riguardano sia ciascun essere umano sia il contesto in cui siamo inseriti. A portare questo discorso alle conseguenze estreme si giunge, come è stato già fatto, a negare la distinzione, che diventa contrapposizione, tra natura e cultura. Ma è bene procedere per gradi.

Il primo passo lo possiamo fare partendo da Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere, 2017), che l’Autore stesso considera la prima raccolta strutturata dei molti suoi primi componimenti. E credo sia interessante sapere che buona parte di essi è stata scritta in luoghi tutt’altro che bucolici, come l’osteria del padre e l’abitacolo di una Fiat 127 verde. Il titolo della prima sezione, “L’entroterra degli occhi”, è già dirimente per comprendere il rapporto tra poesia e realtà circostante, come proposto dal poeta. Lo sguardo partecipato rivolto ai fenomeni naturali dà un senso compiuto alla naturale esperienza umana

Pensa che si muore
che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

Ciò che vediamo esiste a prescindere o siamo noi a dare sostanza ai fenomeni che ci circondano nel momento che li percepiamo, li classifichiamo, li denominiamo?

La posizione del poeta a me pare chiara: esiste una assolutezza unica di cui l’essere umano è parte indistinta. In altre parole non esisterebbe mare se non ci fosse crosta terrestre, con i suoi rilievi e i suoi profondi avvallamenti.

L’entroterra degli occhi è il luogo della consapevolezza (Io sono la parte invisibile/ del mio sguardo,/ l’entroterra/ dei miei occhi), è il luogo occupato dalla potenza della parola poetica, è l’atteggiamento che ci educa a vedere (.../ Quando guardiamo con clemenza/ facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone,/ l’onomastico di una rosa. p.24).

E anche quando lo sguardo del poeta si posa sulle vicende relazionali, in quella dimensione intima e comunicativa della relazione che è l’amore, il riferimento alla natura non si perde mai (p.102, p.103).

E non sorprende che nell’ultima sezione di questa raccolta compaiano un certo numero di scritti in prosa che provano a definire la funzione della poesia, così come vista e proposta da Arminio. La poesia parla delle ferite profonde, del bisogno di amore, del superamento del lutto, dello spavento... La poesia arriva anche a guarire le ferite (L’atto del guarire chiude le ferite. Ma solo al guaritore. p.142), animata da una “imperiosa urgenza” che è quella di lanciare “offerte intimamente politiche perché contengono sempre un richiamo alla costruzione di una nuova comunità in cui sogno e ragione vadano insieme, una comunità poetica”.

Già in questa prima raccolta compaiono gli elementi salienti della poetica dell’Autore e soprattutto lo sviluppo che lo porta dall’attività poetica all’idea socio-politica della “paesologia”. Gli occhi generano uno sguardo diverso sulla realtà nella quale siamo immersi e questo dà vita alla parola, una parola poetica che parla delle ferite. La parola poetica in questa formulazione diventa cura in quanto capace di creare una connessione tra l’individuo e ciò che lo circonda. Dal momento che l’uomo è parte della natura ma è anche un essere sociale ecco che nasce l’impellenza di lanciare delle offerte intimamente politiche. La rivalutazione della ricchezza dei paesaggi e la consapevolezza di come i paesi siano gelosi custodi delle tracce che l’uomo ha lasciato nel tempo. Da qui l’idea di proteggere i paesi dall’abbandono e quella di rilanciarli come testimonianza viva.

Dopo Cedi la strada agli alberi, Franco Arminio ha pubblicato altri sei libri, quattro per Bompiani, raggiungendo un pubblico sempre più vasto, uno scritto insieme a Giovanni Lindo Ferretti (Gog Edizioni, 2019) e l’ultimo pubblicato da Einaudi in questo 2022 (Studi sull'amore). Libri di poesie, libri di prose brevi sempre frammezzate da versi. Naturalmente dal 2020 il pensiero del poeta ha dovuto fare i conti con le ferite evidenti e profonde che la pandemia ha inferto alla nostra traballante società.

Da qui il concetto de La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica (Bompiani, 2020), esplicitamente dedicata “ai morti senza funerali”. A dire il vero il concetto di “cura dello sguardo” il poeta lo formula già nel 2018 in un piccolo volumetto intitolato Manifesto della terza medicina (AnimaMundi edizioni).

Non è un caso che il titolo riporti la parola “manifesto” con l’iniziale minuscola, in contrapposizione al fatto che la tesi dell’Autore è incisiva:

La poesia è letteralmente un farmaco, guarisce chi legge, e per chi scrive è al tempo stesso veleno e rimedio. Allora ci vuole una terza medicina (...). La terza medicina non esclude nulla, compreso il fatto che in molti casi non bisogna curare, non bisogna intervenire. Semplicemente non bisogna medicalizzare. Bisogna ricordarsi che nell’uomo c’è un bisogno di salute e c’è un bisogno di malattia.

Ancor meno casuale, a mio avviso, è il fatto che nel 2021 Franco Arminio abbia ripreso, profondamente radicato come egli è nella sua Terra d’Irpinia, la metafora del terremoto. Perché: Ci sono giorni in cui si muore in molti./ Sono i giorni delle grandi sventure. Egli invita ad una riflessione attenta (“una meditazione corale, lunga e approfondita”), poiché di fronte alle immani tragedie – e il suo racconto scorre in parallelo tra il terremoto del 1980 e la pandemia ancora in corso – non serve invocare la tesi del complotto o attribuire i fatti al caso. Soprattutto “Quello che è accaduto non riguarda solo chi è morto o i suoi familiari, riguarda noi e i nostri figli…”. È per questo che egli scrive il suo penultimo libro: Lettera a chi non c’era (Bompiani, 2021).

Ma soffermiamoci ancora un attimo sul volume precedente, La cura dello sguardo, che nel sottotitolo si propone con quella che a qualcuno potrebbe sembrare una specifica iperbolica: nuova farmacia poetica. In realtà offre “istruzioni semplici”, che“non portano a nessuna salvezza ma testimoniano il potere dello sguardo”.

Trovo che lo sguardo sia l’esperienza centrale della poetica di Franco Arminio. Lo sguardo, oltre che caratteristica specifica e qualificante dell’essere umano, è uno strumento potente. Prima che strumento di cura è strumento di conoscenza, di semeiotica, potrei dire, in un parallelismo con la medicina. Da ultimo, ma non per importanza, lo sguardo svolge una funzione preventiva essendo quello che sottende all’approccio della paesologia, cioè un approccio nuovo, politico, nell’accezione dell’attenzione alla polis come collettività degli umani, che per Arminio resta una comunità poetica. Uno sguardo che sa vedere persone e ogni altro elemento che costituisce la natura nel suo insieme, con attenzione e profondità.

Ma senza esagerare nelle interpretazioni, per concludere, ridiamo spazio allo sguardo e alla parola del poeta:

Nota. .... Dobbiamo spalancare gli occhi, sentire che ognuno di noi è ferita e guaritore. Io mi curo di me guardando fuori. (p.10)

Autocertificazione. .../ Non mi salverà nessuno/ e non salverò nessuno,/ ma è bello essere liberi e appassionati,/ aperti al soffio di ogni cosa:/ l’anima non è nient’altro/ che una rosa. (p.11).

Il soccorso della poesia. Mi piacerebbe che si parlasse più di poeti che di calciatori: l’endecasillabo al posto del calcio di rigore. Nel mondo che sta traslocando nella Rete la poesia ha il compito di legarci di più alla Terra, deve tenerci stretti, ci deve radicare alla vita. Sogno un mondo in cui si leggano poesie ai matrimoni, ai compleanni, ai funerali. Una poesia per aprire il collegio dei docenti e il consiglio dei ministri, una poesia prima del pranzo e della cena, nelle cerimonie di stato, alla tv in prima serata, poesia al mercato, in camera da letto, in pizzeria, leggere poesie quando nasce un bambino, quando nasce un amore e quando finisce. Poesia per fare comunità, per dare coraggio al bene: la poesia serve a ingentilire il mondo più che a biasimarlo. La poesia è di chi sta al mondo per cantarlo. (p.129)

Farmacia del paesaggio. Oggi la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori che ci vengono dai rapporti equivoci e dolenti con le persone. (p.175)

Curarsi scrivendo. Ecco, ora il cuore è senza pesi, l’albero dell’ultima piazza sta nel suo nero, il serpente è sotto le pietre, un pallone prende freddo sul balcone. Un’ora fa stavo morendo, ho chiuso un poco gli occhi, sono uscito un attimo per strada, poi mi sono curato scrivendo. La vita ora ha un bel caldo nelle mani. il pensiero gira nella carne senza coltelli. (p.190)

Guarire. Che bella questa distanza dalla paura, la paura c’è, ma batte lontano. E anche la malattia non me la sento addosso. Noi non possiamo eliminare il male e il morire, possiamo sentire che non sempre ci riguardano. A volte ci sono cose più forti. Guarire è trovare cose più importanti della malattia e della morte. (p.196)

 


 

Paolo ManzaliniPaolo Maria Manzalini (Napoli 1963) medico, psicologo clinico, psicoterapeuta si occupa di cura e riabilitazione psichiatrica dal 1992, prima in contesti residenziali e da dieci anni in contesti territoriali. Attualmente Responsabile della Struttura Semplice dell’Area Territoriale Psichiatrica della ASST di Vimercate. Promotore con l’Equipe del CPS di Vimercate della rassegna Far Rumore – Azioni per la salute mentale. Da sempre attento alla parola come fondamento dell’incontro e della comunicazione tra gli umani, negli ultimi cinque anni ha ripreso ad approfondire l’espressione teatrale e ha preso parte alla edizione 2017-18 del Corso di TeatroPoesia condotto da Domenico Bulfaro presso il Teatro Binario 7 di Monza. Responsabile Comitato Scientifico di Lì sei vero – Festival Nazionale di Teatro e Disabilità.
» La sua scheda personale.

 

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