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Poetry Therapy Italia

01 marelli

La risposta alla domanda “Poesia e Natura: quale cura?” che ha dato il là a questo doppio numero monografico è arrivata dopo un anno e mezzo circa di gestazione, ma questi trenta articoli, per numero e qualità, suonano come un ruggito davvero potente, per il quale è valsa la pena attendere tutto questo tempo.

Non è la Natura a non avere Voce, ma gli esseri umani a non avere sufficiente orecchio. Per acquisirlo e coltivarlo ci viene in soccorso l’arte, specialmente la poesia che ci insegna a essere innanzitutto ascolto e solo dopo dire, a farci cavità prima che seme, sospensione prima che inspirazione/espirazione, domanda prima che risposta.

Avevamo fino a oggi lasciato un po’ in disparte la questione su quale potesse essere la cura nella relazione tra poesia e natura, ma non perché la ritenessimo secondaria ma perché volevamo riservargli uno spazio adeguato, che forse siamo riusciti a rendere memorabile, come volevamo, grazie all’eccezionale apporto di tutti gli autori, redattori e traduttori, che hanno costruito questo numero doppio di Poetry Therapy Italia. A ognuno di loro va la mia personale e nostra gratitudine.

Che la questione fosse centrale per noi di Mille Gru, lo avevo già espresso quando ebbi modo di parlare dell’indirizzo di poesiaterapia della nostra Scuola “PoesiaPresente LAB”. Tra i suoi capisaldi c’erano, e ci sono oggi ancor più: la volontà di aiutare le persone a concepirsi nella loro totalità, sentita come parte integrata della Natura; la consapevolezza che l’essere umano, ancor più alla luce di quanto appreso durante questo periodo pandemico, debba imparare a ricollocarsi non più al centro dell’universo ma a latere, ponendosi in tutta umiltà, al servizio della Natura; la priorità nell’occuparsi di proporre servizi alla persona e alla Natura, affermando che la presa in cura della Natura sia parte integrante della presa in cura di se stessi.

Certo, la domanda che fa da titolo a questo doppio numero è piena di insidie. Perché prima di ogni riflessione bisognerebbe chiarire cosa s’intenda per poesia, cosa s’intenda per natura e cosa per cura.

Inoltre apre una questione del tutto inedita o solo sfiorata nei numeri precedenti di questa rivista: il poetaterapeuta si prende cura solo dell’essere umano o anche di tutto ciò che lo compone e quindi della Terra e di tutti gli universi esistenti fuori e dentro di sé?

In che modo un poeta si prende cura della Terra e in che modo lo potrebbe fare il poetaterapeuta? In che modo la poesiaterapia, che promuove la crescita e la guarigione attraverso il linguaggio scritto, i simboli e il racconto, si prende cura della poesia, della natura e delle loro “parole”?

Uno dei fenomeni poetici e artistici che meglio può aiutarci a mettere a fuoco visioni, teorie e prassi relative a tutte le complesse insidie e questioni fin qui sollevate è l’ecopoesia. Da qui l’idea di dedicare un numero di Poetry Therapy Italia a questa corrente nata negli Stati Uniti sul finire del Novecento, spinti anche dal fatto che in Italia gli studi approfonditi sull’argomento non vanno oltre il paio (Semicerchio, 2018; Tellus, 2021).

Le immagini di Francesco Marelli, che fanno da iconografia a questo numero doppio, sono tratte dalla serie Giacigli (2021), di cui vi proponiamo dettagli e totali, non specificandoli, per restare meglio nel sapore e nel solco evocativo proprio della suggestione.

La scelta di questo artista – che seguiamo e ammiriamo da anni, per la sua capacità di far parlare con la loro lingua dialettale, in modo contemporaneo, cose come il legno, le corde, le cuciture, le stoffe – segna a colpo d’occhio uno stacco visivo netto, di grande impatto, tra questo numero doppio e i precedenti, voluto per evidenziare la particolarità monografica di questa uscita.

Questo doppio numero di Poetry Therapy Italia mette in relazione la poesiaterapia con l’ecopoesia, come raramente si è fatto ad oggi, non solo in Italia, in modo ampio e strutturato. L’intento è quello di avviare un processo che permetta a questi due ambiti di ricerca di disegnare in altro modo i rispettivi confini, le loro prossimità, sovrapposizioni, specificità e, in ultimo, i loro possibili sviluppi.

Il compendio di studi qui proposti sull’ecopoesia vuole mettere in luce degli aspetti e dei valori dell’ecopoesia e della poesiaterapia comuni e irrinunciabili come la cura, la poesia, uno spiccato senso di responsabilità alla base di doveri etici propri sia dell’ecopoeta, che sostiene e si rifà a un’etica ecologica, sia del poetaterapeuta, il quale agisce seguendo una propria deontologia professionale.

La Guida ai requisiti della formazione per la certificazione e registrazione in Poetry Therapy della statunitense IFBPT, Federazione Internazionale di Biblio/Poesiaterapia, nella parte relativa al codice etico che il biblio/poetaterapeuta deve seguire, educa in più punti questi professionisti della biblio/poesiaterapia a sviluppare e tenere un serio senso di responsabilità sociale, perché le sue raccomandazioni e le sue azioni professionali potrebbero alterare la vita degli altri. Questa possibilità gli impone di aiutare gli altri ad acquisire conoscenze e abilità; lo educa ad agire sempre con il dovuto riguardo a seconda delle necessità; lo educa nel saper sempre riconoscere i confini di propria competenza e i limiti delle proprie tecniche, prendendo tutte le precauzioni necessarie per proteggere il benessere dei clienti. Quei confini e limiti a cui il biblio/poetaterapeuta viene richiamato, affinché operi sempre con la massima consapevolezza, riguardano anche le proprie dichiarazioni pubbliche e la riservatezza da mantenere.

Cosa c’entra tutto questo con la natura? In che modo la poesiaterapia c’entra con l’ecopoesia? C’entra, oltre che per i già indicati senso etico, senso di responsabilità e senso di cura che caratterizzano sia il biblio/poetaterapeuta sia l’ecopoeta, anche per il fatto che entrambe le figure non possono disgiungere il percorso di un individuo dal corpo sociale e dal corpo ecosistemico in cui egli vive; e c’entra anche per il fatto che entrambe debbano operare nella consapevolezza che l’attuale stato armonico della natura dipenda dai comportamenti armonici o meno della specie umana.

Il biblio/poetaterapeuta, come tutte le professioni, è in continua evoluzione. E credo che la sua evoluzione dipenda proprio dalla consapevolezza che il benessere dei suoi clienti non dipenda solo dal setting in cui si opera; e credo che tutto del Creato sia da prendere in cura a cominciare da noi stessi, come lo stesso codice etico del biblio/poetaterapeuta in vari passaggi ricorda: non si può aiutare gli altri se noi per primi non stiamo bene; e il nostro benessere può realizzarsi appieno solo se noi stessi e il contesto in cui siamo immersi viaggiano armonicamente connessi, sulla stessa frequenza d’onda.

Le pratiche artistiche di Joseph Beuys (1921-1986), riprendendo Friedrich Nietzsche, partono proprio dalla consapevolezza che “l’uomo è un essere malato” sia in senso fisico che sociale. Egli così avvia già negli anni Sessanta, in netto anticipo rispetto al boom delle questioni ecologiche (e tanto più al fenomeno dell’ecopoesia), una serie di azioni che ponevano la creatività, la consapevolezza di ognuno di noi di essere un artista, e la connessione tra arte, uomo e natura, come triplice agente terapeutico essenziale alla guarigione dell’“uomo malato”.

La “difesa della natura”, nodo critico trattato in apertura della sezione Arti Terapie di questo doppio numero, come ben spiega Lucrezia De Domizio Durini in Beuys Voice (Kunsthaus di Zurigo, Electa, 2011), non è inteso da Beuys soltanto in termini ecologici, ma anche in senso antropologico: e quindi difesa dell'uomo, dell'individuo, della sua creatività e dei suoi valori.

La creatività è per l’essere umano l’ossigeno e l’acqua del suo mondo interiore. L’idea di Beuys è quella infatti di spronare gli esseri umani a far circolare quanto più possibile dentro e fuori di sé energia creativa.

Anche grazie a Beuys ho intuito già nel 1989, quando ho iniziato giovanissimo a fare poesia performativa, che ogni uomo è poesia vivente. Il punto dolente sta nel non essere consapevoli che questa condizione sia propria di ognuno. Se essa si manifestasse in noi senza forzature e ognuno incarnasse tutta la poesia che è – diventando così poesia presente ovvero poesia incarnata nel presente che si fa dono di sé, per sé e per l’altro da sé – non si avrebbe più bisogno di curare il proprio mondo interiore. Ungaretti diceva, non a caso, che la sua poesia fosse la sua migliore biografia. Perché la poesia è come noi, la nostra migliore espressione ed emanazione. La poesia ha un corpo come noi (testo), ha un respiro come noi (verso) e ha un cuore che batte come noi (ictus/accento tonico). La poesia è essenzialmente, come noi, un costrutto dato da respiro e ritmo, che ci permette di respirare più ampiamente e profondamente, e di far battere il cuore più forte e sentitamente.

Non di rado, infatti, spesso le ecopoesie compiono ciò che noi uomini “civilizzati” normalmente non facciamo più: sintonizzare il proprio respiro e battito del cuore con quello di un albero, una foglia, il mare, un animale, un insetto, una stella, una montagna, l’universo. Le parole, quando usate ad arte, permettono questa connessione e sintonizzazione tra microcosmo e macrocosmo. Per questo i poeti ci permettono di respirare a pieni polmoni le parole.

“In principio fu il verbo, ovvero logos, parola, dice l’evangelista Giovanni. Ed essendo la poesia, arte del fare con la parola, è necessario che ogni poeta si prenda cura delle parole, tanto più se poetaterapeuta. Ogni poeta è chiamato a praticare una costante ecologia della parola, inscindibile da un’etica della parola, che porta ad impiegare alcune parole anziché altre, usate solo se bios-sostenibili. Vale a dire che tra i compiti del poeta rientra anche quello di bonificare le parole, renderle fertili, coltivarle, renderle grazia e all’occorrenza atto provocatorio, liberarle dall’abuso e da qualunque forma di colonialismo subìto da una lingua e dalle sue parole.

Il poetaterapeuta, ancor più del poeta, può verificare ogni giorno in cui svolge la propria professione, quanto la lingua sia dimora accogliente quanto rigettante e ogni parola sia un coltello dalla doppia lama: capace di difendere quanto di uccidere. Per questa ragione è un obbligo deontologico per un poetaterapeuta imparare a maneggiare con cura le parole e padroneggiarle per unire e non emarginare.

La parola in quanto energia, e quindi vibrazione, verbo, pone noi esseri umani nel pieno del processo di inclusione, della compartecipazione e della pietas nei confronti delle parole. L’essenza della poesiaterapia va applicata anche alle troppe parole opache, spente, che zavorrano la nostra possibilità di spiccare il volo o di godere dei benefici del nostro sole interiore. Ogni parola ha infatti polmoni più o meno carichi o in debito di ossigeno: il nostro compito è restituire loro massimo respiro, traspirazione e lucentezza.

Ma quindi i poeti, data l’ecologia della parola a cui sono chiamati, chi sono? Sono udito che si fa dire inaudito, sono simbolicamente parola sempreverde, sono al pari di alcune erbe curative materia per auto-mutuo aiuto. Il poeta contemporaneo è infatti chiamato, sempre più, a recuperare il proprio antico ruolo di sciamano, di uomo-medicina, anche se all’interno di nuovi confini d’azione; un ruolo quindi intrinsecamente ecologista, non necessariamente sovrapponibile alla figura dell’ecopoeta, il quale in quanto esponente dell’ecopoesia, movimento poetico non riducibile a sola letteratura, ha innanzitutto a differenza del poetateraputa l’esigenza di porre al centro della propria ricerca questioni non più procrastinabili legate a tutto ciò che è eco-.

Eco- è un prefissoide, derivato dal greco òikos, ovvero casa, che a seconda dei casi può assumere tre significati diversi: “casa” (es. economia, ecofobia), “ambiente in cui si vive” (es. in ecologia, ecosistema), e “riduzione dei termini ecologia, ecologico” (es. in ecosostenibile, ecomostro). Il termine ecopoesia, nonostante derivi per immaginario e tematiche dall’“ambiente in cui si vive”, per come gli ecopoeti sviluppano la propria ricerca, mi fa pensare che in realtà attraversi tutte e tre le falde acquifere di questo prefissoide.

Helen Moore, ad esempio, nella sua intervista inclusa in questo numero definisce in buona parte la cornice in cui iscrivere l’ecopoesia: “Ci sono diverse definizioni di ecopoesia e ne seguono principi diversi. Per il mio lavoro ci sono quattro tematiche davvero centrali che sono: la riconnessione con la Natura altra-da quella-umana e con il nostro sé selvaggio; il riconoscimento degli ecocidi e le ingiustizie sociali; la resistenza, ossia dire la verità a chi detiene il potere; concepire modi terracentrici di vivere ed essere. Per me ciascuno di questi aspetti è una via attraverso cui può essere sviluppata l’ecopoesia e tra loro sono certamente collegati”.

Molto del malessere contemporaneo è riconducibile all’essere scollegati dal contesto in cui si vive. Lo scrittore e giornalista Richard Louv nel suo libro L'ultimo bambino nei boschi (Rizzoli, 2006), analizza le abitudini e le difficoltà delle nuove generazioni, individuando un crescente “disturbo da deficit di natura”, che egli non considera una malattia vera e propria, ma una condizione di vita, un modo di essere. Lo stesso Louv, in un libro più recente, Our wild calling (2019), sostiene che più diventeremo high-tech e più ci occorrerà la natura.

Ricordo, a riguardo, che quando nel 1996 all’età di venticinque anni andai ad insegnare a Morbegno (tra le montagne della Valtellina) dove poi vissi per 8 anni, mi resi subito conto di essere cresciuto come un animale in cattività. Non c’erano recinti e prigionie visibili nel paese dell’hinterland milanese dove avevo vissuto fino ad allora, ma la prima consapevolezza che le montagne mi restituirono fu il mio quasi totale analfabetismo nel sapermi rapportare con la natura. Mi scoprii, improvvisamente, un essere umano sradicato dall’umano ma ancor di più dall’essere.

Non dimentichiamo che le radici della letteratura italiana sono a loro modo ecopoetiche: Il Cantico delle creature – anche noto come Canticum o Laudes Creaturarum o Cantico di Frate Sole – composto da San Francesco d’Assisi nel 1224 e considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosce l’autore, è un componimento in versi che canta l’armonia con la natura e loda sia il Creatore, sia l’unione tra uomo e Creato.

Ma il nostro sradicamento come specie non ha ricadute solo su di noi, ci ricordano costantemente molti ecopoeti.

Non avevamo preso reale coscienza che la rivoluzione informatica e la globalizzazione avessero non solo ridimensionato il mondo, ma che nonostante le sue dimensioni planetarie, per la prima volta si rivelasse chiaramente ai nostri occhi, quanto la Terra al pari di ogni essere umano, non fosse immortale, bensì fragile e a rischio di vita. E che anzi proprio noi, i suoi figli autoproclamatosi prediletti, a causa dei nostri comportamenti squilibrati, avessimo ridotto la Terra a una gigantesca casa-madre dalle caviglie d’argilla.

Letta sotto questa luce il fenomeno dell’ecopoesia segna, attraverso la parola scritta e le performance ecopoetiche, l’ultimo passo dell’uscita dalla fittizia idilliaca infanzia della nostra specie. Ci siamo finalmente accorti che, non solo come individui ma anche come specie, abbiamo un ego smisurato che andrebbe azzerato. Finalmente abbiamo compreso che la nostra specie non rappresenta il sole intorno al quale ruota il nostro pianeta, né tantomeno ruota l’universo. L’uomo non è affatto “misura di tutte le cose”. Prima la rivoluzione industriale e poi le due guerre mondiali, l’ultima conclusasi con due bombe atomiche che hanno ucciso milioni di esseri umani e miliardi di animali, insetti e piante – perché l’abominevole massacro di massa avvenuto a Hiroshima e Nagasaki di specie diverse da quella umana non viene mai nemmeno menzionato? –, nonché tutti gli scempi ecomostruosi operati sotto il vessillo del Capitalismo, sono lì a testimoniare che il nostro tempo di bambini, inconsapevoli del male che produciamo, si è concluso da un pezzo e che oramai, in quanto specie entrata nella propria preadolescenza, siamo chiamati tutti a comprendere che il nostro corpo non è un’automobile di nostra proprietà ma un albero camminante preso in prestito che, in quanto tale, va restituito in una condizione spirituale migliore di quando l’abbiamo preso; che la Terra non è una proprietà della specie umana, né pubblica né privata, perché tutto ciò che prendiamo dalla Terra è in prestito e quindi, consapevoli che ogni nostra appropriazione è indebita a monte, laddove ce ne appropriamo dobbiamo sempre operare con l’intento di migliorare le condizioni di vita sulla e della Terra.

L’operato di ecopoete/i e poetaterapeute/i (almeno per come le/li concepiamo noi) sprona tutte/i affinché per la cura della Terra e di ogni cosa che la abita ognuno faccia la sua parte, e al contempo, implicitamente o esplicitamente, indica la poesia come arte che può svolgere una grande funzione nell’evoluzione della specie umana. Le sue qualità e potenzialità straordinarie vanno però potenziate, ritrovate, esplorate, scoperte.

Al fine di conoscersi una pratica che può aiutare molto è quella di uscire dai propri luoghi, come quando si migra, e osservarsi dall’esterno. Nel caso della poesia uscire dalle lingue e migrare in un altro linguaggio può aiutare a comprendere ciò che la poesia è. Lo stesso principio vale per l’ecopoesia: uno dei migliori modi di uscire da sé è quello di non partire da poeti e romanzieri “ecopoetici” e non. E allora d’istinto penso subito alla contrapposizione tra fertilità della natura e potenza distruttiva dell’uomo, che ritorna costantemente nella poetica della cinematografia di Hayao Miyazaki; penso a La tomba di Brion, a San Vito di Altivole (TV), dell’architetto Carlo Scarpa, che ha la capacità di trasformare in poesia il cemento armato, evidenziando il ruolo e la simbologia dell’acqua come fonte di vita e soglia; penso agli Alberi, ai Soffi e a tante altre opere scultoree di Giuseppe Penone che “scortecciano” e “rovesciano” la visione e il rapporto tra cultura-natura/io-mondo; e penso ad Arturo Martini e a quel suo testo ne La scultura lingua morta (1945), dove definisce che la scultura è “l’insondabile architettura per raggiungere l’universale”, andando a toccare così tanto l'essenza dell’arte, da aver colto un principio che vale per tutte le arti, compresa la poesia.

(...)
Fa che io non resti nelle tre dimensioni, dove si nasconde la morte.
Fa che io non sia prigioniera di uno stile, ma una disinvolta sostanza.
Fa che io sia l'insondabile architettura per raggiungere l’universale.

Da circa un anno sto componendo poesie a testa in giù, da dire a testa in giù e mi sono reso conto, anche leggendo La via dei tarocchi di Alejandro Jodorowsky, che l’arcano maggiore dei tarocchi che meglio interpreta questo nostro tempo è L’appeso. Perché la sua immobilità, a cui spesso siamo stati costretti in questi ultimi due anni di pandemia, ci ha consentito tuttavia di compiere un ribaltamento di visuali, che hanno favorito il sorgere di nuove, arricchenti, visioni. Comporre e scrivere a testa in giù mi ha permesso di riflettere sul fatto che “si nasce a testa in giù, appesi al proprio cordone ombelicale”[1] e che “prima di essere uomini-albero che camminano, eravamo alberi che vivevano, immobili, in pace. Avevamo la testa e i denti conficcati nella terra; le nostre spalle erano ben poggiate contro il terreno per conferire al nostro tronco una base larga e ben salda; i rami principali erano le nostre due braccia e le nostre due lunghe gambe, le quali si stagliavano robuste, appena divaricate, contro ogni cielo possibile”[2].

 

[1] Da Diario di un poeta performer, inedito, 2021

[2] Da Diario di un poeta performer, inedito, 2021


 

Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, editore, è uno degli autori italiani più attivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa e la poetry therapy. È stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha formato e dirige artisticamente il gruppo di ricerca Mille Gru di Monza (2006), poi costituitosi in associazione (2007), casa editrice (2008) e gruppo curatore della rivista Poetry therapy Italia (2020). Ha fondato con Simona Cesana PoesiaPresente LAB, scuola di poesia (2020), sempre gestita da Mille Gru. Ha ideato, cofondato ed è stato Presidente della LIPS, Lega italiana poetry slam. Come critico e studioso ha pubblicato Guida liquida al Poetry slam (Agenzia X, 2016) e ha tradotto con Sara Rossetti Poetry Therapy. Teoria e pratica di Nicholas Mazza (Mille Gru, 2019). Le sue pratiche di poesia terapia si sono sviluppate dal 2009 in Italia e all’estero, negli ospedali di Lecco, Milano, Lugano, il Coesit di Melbourne, in collaborazione con l’Hospice di Monza e presso altri enti. (Foto Dino Ignani)
» La sua scheda personale.

 

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